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Lunga vita al lonzino di fichi

Butto giù giusto due note su questa bella tradizione contadina, perché proprio oggi ne ho fatti un paio – per la seconda volta quest’anno – e mi ha dato la solita soddisfazione di quando aiutavo nonna da piccolo.

Per chi non sa di cosa sto parlando, c’era un tempo in cui nelle Marche ad agosto si affogava nei fichi, e dopo qualche mese si stentava a superare l’inverno. Si cercava allora di preservarne un po’ per avere qualcosa di calorico da mangiare quando le calorie servivano di più. In pratica si mettevano a seccare al sole i fichi maturi tagliandoli a metà, poi una volta secchi si macinavano con un tritacarne e si impastavano con pezzi di noci e mandorle, e qualche spruzzata di mistrà che aiutava anche a far conservare l’impasto. Si dava quindi forma di lonzino e lo si avvolgeva nelle foglie di fico.

Dal 1999 è divenuto presidio Slow Food, si trovano in commercio e non sono nemmeno tanto economiche, ma per me il valore è dato principalmente dal farsele da soli e regalarle o mangiarsele dopo qualche settimana/mese per dargli il tempo di asciugarsi e per ravvivare la tradizione delle lonzette di fico come aiuto per superare l’inverno. Lonzino o lonzette… a me ricorda più un salame perché ha i “lardelli”, ma forse sbaglio io 🤷‍♂️

La ricetta varia da casa a casa, ma tendenzialmente si usa quello che ho scritto sopra tutto in Q.B. (quanto basta). Qualcuno aggiunge del cacao amaro perché ci sta bene, e io invece del mistrà ho usato l’anisetta Meletti, ma solo perché ce l’ho aperta a casa. Una parte di noci e mandorle può aver senso usarla in forma di farina per dare una compattata al tutto. Le noci c’è chi le mette nel tritacarne, e chi le passa al coltello per avere i pezzi più grandi, io preferisco questo secondo metodo ma consapevole che i pezzi più grandi rimangono più visibili all’esterno e più difficilmente sono attaccati dalla muffa. Da tradizione bisognerebbe usare le foglie di fico, ma io sono pigro e preferisco la carta forno, principalmente per un fatto di igiene ma anche perché poi le foglie si frantumano e rimangono attaccate, facendo perdere la pazienza quando è ora di mangiare.

Nota sui fichi secchi: ai tempi si facevano seccare al sole, ma ci vuole di più, si perde qualcosa in igiene e c’è sempre il rischio di dimenticarseli fuori quando piove o di perdersene una parte a causa della muffa. Molti optano per il lasciarli un quarto d’ora/mezz’ora nel forno a temperatura non troppo alta, mentre io preferisco un essiccatore, tipo quelli che si usano per i funghi. Ci vogliono una decina di ore ma consumano abbastanza poco e fanno un lavoro ideale, specialmente se si ha un impianto fotovoltaico si riesce a seccarli “gratis” con il sole… ma a corrente.

Nota numero due sui fichi secchi: avendoli tutti pronti a faccia un su secondo me conviene dargli una passata con il mistrà (o similare) uno per uno, o con pennellino o con contagocce. Così l’alcool viene assorbito meglio e distribuito meglio.

Segue una carrellata di foto. Quella quantità di fichi è sufficiente per due lonzette piuttosto grandi da 250g (quelle in commercio di solito sono più piccole).

Una volta modellate il mio consiglio per la confezione è: carta forno e spago, e magari la retina da insaccati/arrosti. Se volete fare le cose per bene potete provare con le foglie, ma da soli è più difficile e comportano qualche rischio in più, anche per la muffa. A me piace con quella forma a caramellona, ma forse è meglio tagliare quei pezzi di carta 🤔

Foglio di calcolo per punteggi Fantacalcio

Di recente con i miei amici abbiamo deciso di fare il grande salto e abbandonare quell’insieme di fogli Excel e script VBScript che usavo da vent’anni per calcolare i punteggi e preparare stampe dei risultati, in favore del blasonato fantacalcio.it. Se per anni sono riuscito a mantenere tutto in vita semplicemente con una macchina virtuale Windows XP su VirtualBox, dal 2022 essendo passato ad un Mac M1 ho dovuto abbandonare VirtualBox perché la mia versione di XP era (ovviamente) compilata per x86. Tra problemi di condivisione cartelle e crash improvvisi per un paio d’anni ho tirato avanti con un Windows XP emulato su UTM, ma il tutto stava su veramente troppo con lo sputo, quindi dopo due anni di dubbi e bestemmie ci ho rinunciato.

La decisione l’ho presa – anche se non a cuor leggero – perché era diventato sempre più difficile stare dietro a quella roba vecchia. Inutile dire che tutto quell’insieme di query e report con cui ero in grado velocemente di mostrare statistiche su più anni si ferma lì. In compenso si sono ridotti i tempi per l’inserimento dei dati e il calcolo delle giornate, oltre ad avere semplificato la configurabilità di formazioni e cambi, e i cambiamenti nelle modalità di calcolo dei punteggi. Inoltre in caso di mia indisponibilità, c’è un amministratore in seconda che può traghettare il tutto con poco sforzo.

Schermata “super-admin” della nostra lega su fantacalcio.it

Nel nostro caso però abbiamo un’esigenza che non si riesce a gestire automaticamente dal loro sito, vale a dire il conteggio degli ultimi posti di giornata, che utilizziamo per raccogliere quei pochi euro da ridistribuire in primi alla media più alta e al punteggio più alto, anche questo da tenere sotto osservazione. Ragion per cui ho deciso di farmi questo foglio di calcolo (Google Spreadsheets) condividendolo in visualizzazione con tutti, e in modifica con l’amministratore in seconda.

Uniche cose inseribili/da inserire sono i punteggi di ciascuna squadra per ogni giornata, e i punti-classifica raccolti, in due fogli distinti. Il resto dei fogli servono per i calcoli e si può nascondere per evitare che chi è poco pratico ci si perda.

In fondo ai punteggi c’è il pannello di visualizzazione con dati aggregati basati su queste due cose inserite. Grazie ai gradienti da rosso a verde (o viceversa) già a colpo d’occhio si notano le squadre vincitrici, quelle che hanno vinto meritatamente, quelle che hanno avuto più fortuna, quelle che hanno avuto un’annata disastrosa.

Niente di trascendentale, ma è anche un modo per mantenere i risultati fuori dal sito senza starsi a smattire a fine anno. Se lo trovate utile sentitevi liberi di copiare o prenderci spunto.

Le statistiche del 2023/24, inserite per prova

I fogli che nel mio caso ho nascosto

“Fare casa”: retrospettiva e appunti

“Fare casa” è stata un’attività lunga e travagliata, costellata di imprevisti di ogni genere e da cui ho imparato molto. Ho deciso quindi di scrivere alcune note sintetiche per il giorno in cui mi dovessi accingere nuovamente a una follia simile, o perché no per mettere in guardia chi si appresta a fare lo stesso e per caso è finito su questa pagina.

Nel mio caso la genesi è stata il voler provare a riutilizzare una specie di magazzino in una casa “di famiglia”, pensato per poter essere un giorno trasformato in appartamento. La proprietà di quest’unità immobiliare (non registrata come abitazione) era frammentata e in minima parte anche mia, da qui anche complicazioni in fase di pagamento IMU che volevo andare a risolvere una volta per tutte.

Cambio di destinazione d’uso

Prima di prendere ogni decisione fatevi fare un preventivo (grazie al …), ma accertatevi anche di quale potrebbe essere l’importo degli oneri comunali per il cambio di destinazione d’uso se l’unità in questione non è registrata come appartamento. Questi sono proporzionali al volume (non alla superficie), quindi l’importo non è così scontato, e nel mio caso ad esempio è risultato essere di alcune migliaia di euro inferiore rispetto a quello che mi aveva anticipato il geometra che ho contattato per seguire la pratica. C’è da dire però che a parte alcune centinaia di euro di oneri di segreteria, il resto può essere messo in detrazione al 50% per la ristrutturazione.

Sulle donazioni

Io ho avuto bisogno di fare un “accorpamento” dal notaio per gestire il caos di varie proprietà frammentate, con la donazione in seguito da mio padre. In questo frangente ho capito come ci siano due opzioni e due fazioni (?): chi opta per la donazione perché i costi sono minori, e chi preferisce la compravendita perché mette al riparo (?) da eventuali terzi incomodi in futuro.
La questione è che molti purtroppo sono consigliati – da persone senza tanti scrupoli – a “inscenare” una compravendita per mettersi al riparo da futuri creditori e da eventuali futuri eredi che dovessero presentarsi all’incasso, senza chiarire che una compravendita simulata oltre a costare di più non mette al riparo da niente ed è reato, specialmente se portata avanti con l’emissione di un assegno scoperto. Prima di fare qualunque cosa parlate con un notaio in modo chiaro e valutate tutte le alternative.
Può essere saggio farsi fare una stima precisa di ciò che si riceve, in modo da avere dei riferimenti qualora un giorno si presenti qualcuno di inaspettato.

Sopralluoghi e accampamenti

Una cosa che purtroppo non ho fatto anche se avrei potuto, è stata quella di passare alcuni giorni nell’appartamento in questione (e notti, portandoci un materassino e un sacco a pelo). Questo mi avrebbe permesso di identificare tutta una serie di rumori e forse avrei potuto metterci delle pezze o decidere diversamente. Il problema è che sebbene ci siano “recenti” normative in merito, il comfort acustico è stato più o meno bellamente ignorato per decenni da imprese di costruzione e geometri, anche quando non avrebbe dovuto più dovuto esserlo. I tubi di scarico e dell’acqua sono coibentati? Sono stati messi gli isolamenti tra solaio e massetto? Ci sono ponti acustici? Inoltre: i vicini hanno passatempi rumorosi? Sulla strada vicino a casa è solito passare qualche mezzo estremamente rumoroso?
Sono tutte domande a cui è bene trovare una risposta prima di prendere una qualunque decisione, specialmente se (al 2019) il resto di casa ha poco più di dieci anni…

La ristrutturazione

Giusto le fasi salienti, con alcune sottolineature nei punti dove si potrebbero commettere sbagli significativi.

Suddivisione degli spazi, disegno di cucina e bagno

Cercate di farvi disegnare la cucina non appena la planimetria è “decisa”, questo per valutare se la suddivisione degli spazi può essere fatta in modo migliore. La cucina ha bisogno di tutta una serie di tracce, e sarebbe bene predisporre la stanza per l’utilizzo quanto più possibile di basi ed elettrodomestici a dimensioni standard, anche per risparmiare. Considerate anche che eventuali cambiamenti nella suddivisione delle stanze potrebbero portare le stesse ad avere meno superficie finestrata del necessario, e questo potrebbe rendere necessari ulteriori aperture o lavori su quel fronte a meno della perdita del permesso a costruire.
Discorso molto simile per il bagno, anche se in questo caso i componenti sono meno e il lavoro è certamente più veloce.

Se posso dire la mia: cucina e bagno devono essere ragionati in modo da rendere le operazioni giornaliere il più veloci e comode possibili, per facilitare la pulizia ed eventuali manutenzioni.

Prestate attenzione a seguire per quanto possibile la disposizione delle stanze negli altri piani o negli appartamenti adiacenti, specialmente per quanto riguarda bagni e cucine, non vorrete trovarvi con degli scarichi che vi passano proprio sopra la testa mentre dormite…

Massetto e isolamenti

Il massetto ha bisogno di uno shock termico per stabilizzarsi, vale a dire che deve essere riscaldato pesantemente per alcuni giorni. Questa cosa alcuni “professionisti” la considerano facoltativa, ma in realtà sarebbe necessaria, e oltre a portare via tempo costa anche parecchio se fatta utilizzando l’elettricità (a me sono partiti più di 300€ per questo scherzo non messo a preventivo).

Considerate che l’altezza minima del soffitto per richiedere l’abitabilità è 275, e se avete bisogno di fare controplaccaggi/controsoffitti per esigenze di acustica, potreste dover rinunciare a qualcosina sotto i piedi, come per esempio il riscaldamento a pavimento.
Se non siete a piano terra non lesinate sugli isolamenti a terra, potendo è meglio abbondare, ne va dell’armonia con i vicini. E nei casi peggiori non rischierete di perdere della cause.

Possibile controsoffitto di emergenza

Se ci si ritroverà ad aver bisogno di metterci una pezza, un controsoffitto “abbastanza compatto” che mi è stato consigliato è composto da: un cm di spazio vuoto (con le guide su cui attaccare il resto), due cm di lana di roccia, un cm di fibra di legno, un cm abbondante di cartongesso LaDura Plus. L’efficacia è pressoché nulla sotto i 100/120 Hz, ma poco dopo arriva a un guadagno di 15/20 dB.
Tenete a mente però che i rumori del piano di sopra si propagano sì attraverso il soffitto ma anche lungo le pareti, quindi se si procede con un controplaccaggio può aver senso far rivestire la/le pareti con cartongesso prima di fare il controsoffitto… spazio e finanze permettendo ovviamente.

Pavimento e piastrelle

Il costo della posa delle piastrelle è inversamente proporzionale alla loro dimensione fino a un certo punto, con piastrelle molto grandi questo poi aumenta per la maggior difficoltà a posizionarle. Le piastrelle molto grandi aumentano lo scarto, ma lo scarto può essere usato facilmente come zoccolino (se si prende questa strada). Una volta scelte le piastrelle decidete con il piastrellista da dove partire, e sebbene spesso l’estetica la faccia da padrona forse il primo riferimento dovrebbe essere quello di come è suddiviso il massetto, perché se le mattonelle non si ritrovano a cavallo di queste “placche” forse ci si possono risparmiare spiacevoli fratture in seguito.

Se sotto di voi abita qualcuno prima di fare il pavimento valutate se aggiungere un isolamento acustico sotto-pavimento (tra pavimento e massetto). Non è la soluzione ideale rispetto all’isolamento tra solaio e massetto, ma può essere un buon piano B se questa manca o non è stata fatta nel migliore dei modi.

Zoccolini

Andando contro il parere di tutti quelli che ho sentito, io ho optato per gli zoccolini in legno bianco, come tutte le pareti e gli stipiti delle porte. Il pavimento è in gres grigio non particolarmente scuro e nemmeno troppo uniforme. Il risultato è esattamente come me lo figuravo, molto luminoso e spazioso, e il pavimento non sembra mai sporco nonostante viva in campagna. Però: gli zoccolini ricavati dal gres sono più semplici da installare, si riutilizza lo scarto del piastrellista, e se ho capito bene è più difficile che dietro vi si annidino degli insetti.

All’inizio pensavo di far installare quelli passacavi da ufficio, ma devo dire che sono contento di non averlo fatto perché il costo era parecchio superiore e a conti fatti non li avrei sfruttati granché.

Idralica e impianti

Una cosa semplicissima da mettere: un filtro auto-pulente a monte dell’impianto, perché costa pochissimo e può evitare pulizie dell’impianto a seguito per esempio di rotture. Una cosa che può aver senso mettere è un addolcitore, valutate quanto è dura l’acqua con gli appositi strumenti e tirate le somme, tenendo conto che meno calcare significa anche una durata maggiore di rubinetteria, lavatrice e lavastoviglie.

Riscaldamento e acqua calda

Questa è sicuramente la sezione più complicata. Diciamo che io alla fine ho optato per un riscaldamento a pavimento con pompa di calore, la cui unità esterna fa funzionare anche un grosso condizionatore.
La pompa di calore ha un accumulo di acqua calda sufficiente a una piccola famiglia e un piccolo accumulo anche per l’acqua che serve al riscaldamento, in questo modo non ho dovuto aggiungere serbatoi esterni e ho potuto evitare locali tecnici. Pro di questa soluzione: il riscaldamento a pavimento non ha bisogno di temperature alte, e in questa modalità la PDC consuma poco e regge bene anche all’abbassarsi delle temperature. Avendo un fotovoltaico da 3kW cerco di sfruttare la PDC al massimo quando c’è il sole, così da usare tutta l’elettricità per i consumi domestici, stesso discorso in estate con il condizionatore, che a dire il vero uso abbastanza poco. In inverno se attacco il riscaldamento alle nove e lo stacco alle quattro del pomeriggio, anche se l’appartamento non ha una classe energetica eccezionale la capacità termica del pavimento è tale che la temperatura rimane quasi costante fino al mattino.

Ci poteva stare un impianto solare termico sul tetto per riscaldare l’acqua, ma a conti fatti non mi avrebbe aiutato granché perché in estate la PDC scalda l’acqua con un niente, e in inverno il solare termico non aiuta moltissimo. Ad avere spazio per un locale tecnico (per le vasche di espansione) e l’accesso facile al tetto forse poteva aver senso, ma avrebbe anche reso più complesso e “fragile” tutto l’impianto.

Avrei potuto utilizzare le serpentine sotto al pavimento anche per il raffreddamento estivo, ma la cosa mi è stata sconsigliata perché a detta di alcuni la condensa avrebbe fatto inumidire i pavimenti di tutta casa, a meno di installare costosi de-umidificatori nelle varie stanze.

Un errore certo, anche se marginale: il condizionatore poteva funzionare in alternativa all’impianto a pavimento se ci fosse stata portata la linea dell’acqua calda, cosa che purtroppo non è stata fatta e devo ancora capire il perché. Peccato perché così quell’attrezzo in mezzo alla sala così se ne sta spento per nove mesi l’anno, l’impianto a pavimento ha un’inerzia notevole, e in casi di bisogno avrei potuto usare quel grosso termoconvettore alimentato da PDC al posto di stufette improvvisate.

Stufa a legna

Come aiuto per la stagione fredda ho messo una stufa a legna indipendente che può essere usata anche per cucinare. Più piccola ed economica di un camino, anche lei arreda abbastanza e fa una bella fiamma.
Qui c’è stato da perdere un po’ di tempo perché ho scoperto troppo tardi che le canne fumarie a mia disposizione non erano adatte alla stufa che ho scelto inizialmente (troppo piccola quella per la caldaia, troppo grande quella per il camino), e in un secondo momento mi sono reso conto che questa seconda canna fumaria non poteva essere intubata a causa di serpentine fatte all’interno del solaio nel piano di sopra. Alla fine ho risolto prendendo una stufa meno efficiente che ha bisogno di un tubo più grande ma non troppo più piccolo di quello del camino, e il tiraggio risulta essere buono.

Impianto elettrico

Non molto da dire, giusto un paio di accorgimenti che consiglio.
Il primo è un interruttore astronomico per le luci esterne, per evitare di dover stare sempre ad accenderle a mano (anche per quella sopra il portone d’ingresso).
Seconda cosa forse più importante è quella di aggiungere un gruppo di continuità sul circuito delle luci. Questo per tre motivi: se avete delle luci accese e state facendo qualcosa, queste rimangono accese abbastanza a lungo per finire l’attività in caso di mancanza di corrente; uno “online” agisce anche da stabilizzatore e puoi aiutarvi a far durare di più le luci; vi risparmiate l’installazione delle luci d’emergenza.

Impianto di aspirazione centralizzato

Questa è una chicca che può aver senso predisporre specialmente in una casa con più abitazioni, ma nel qual caso valutate bene dove installare l’unità centrale di aspirazione per una questione di rumore e di accesso per la pulizia del filtro. Inoltre conviene prendere un tubo e valutare bene dove piazzare quelle due/tre/quattro bocchette, perché il rischio è che vi ritroviate con delle bocchette con cui non riuscite ad arrivare in tutta casa. Io all’inizio non le volevo far mettere perché le vedevo come una spesa extra nonostante nella casa ci fosse già un’unità di aspirazione, poi all’ultimo ho chiesto di far mettere due bocchette piazzate in modo da coprire il massimo della superficie, ma così facendo ho lasciato fuori un pezzetto di sala e la cucina. Facendone mettere tre avrei speso qualcosina in più ma avrei potuto usarlo in tutta casa oltre che fuori (per l’auto per esempio). Finisce che non lo uso mai perché vado sempre di scopa ma comunque è un attrezzo che ha il suo perché.

Illuminazione

Se optate per delle strisce a led su profili di alluminio preparate dall’elettricista, come me, tenete a mente che i profili di alluminio sono soggetti a dilatazione termica perché le strisce di led scaldano parecchio. Questo comporta dei rumori sia da accese che una volta spente, rumori che si propagano sul muro e possono sentirsi anche dalle altre stanze. Tenete conto che potreste sentire come “dei rintocchi” saltuari in camera per un po’ di tempo (anche un’ora o due) se dall’altra parte del muro (in sala) avete lasciato accese quelle luci per un po’. Storia vera.

Echi e riverberi

Stanza enorme: eco.

Modi per ridurlo: riempire di mobili in modo da occupare il volume e le pareti (magari delle belle librerie piene di libri), montare delle tende a finestre e porte-finestre.

Volete lasciare la stanza vuota, le pareti spoglie o quasi e non vi piacciono le tende? Allora vanno applicati dei pannelli fono-assorbenti, magari al soffitto. Se ne trovano di vari tipi, dimensioni, colori e materiali.

Per concludere

Il mio approccio in sintesi è stato: “ottimizzare” bagno e cucina, camera e cameretta di dimensioni non eccessive e senza perderci troppo tempo, il resto di casa uno stanzone unico per guadagnare in versatilità, ovviamente predisposto per la suddivisione futura con pareti di cartongesso e per l’installazione di un nuovo bagno (senza bisogno di spaccare il riscaldamento a pavimento).

Inutile dire che una di queste pareti che ho voluto lasciare spoglie ora serve a riflettere le luci colorate di un proiettore installato a soffitto, le cui tracce sono state fatte prima di quelle delle luci 😉

Su rifiuti, riciclo e inceneritori

Immagine tratta da “C’era una volta la Terra”, episodio di “C’era una volta l’uomo”

Premessa: non sono del settore, e ho deciso di buttare giù due pensieri sull’argomento solo perché ogni tanto scrivere un temino non fa male, per vedere la nuova versione di WordPress e perché volevo rispondere a dei tizi su Twitter, che come è noto non si presta molto alle conversazioni dettagliate.

Il tweet è questo: https://twitter.com/sebmes/status/1148574456438231041
Si parla dell’impossibilità di risolvere l’emergenza rifiuti di Palermo, che imperversa ormai da tanti anni, e dell’opposizione nella regione alla costruzione di un termovalorizzatore, sinonimo politicamente corretto di inceneritore.

Nota: a Palermo ci “ho vissuto” per più di un mese tra gennaio e marzo 2019, in centro, e ho toccato il problema con mano. Per più di un mese ho fatto la differenziata a casa, cercando di separare tutto per bene e buttando via una/due volte a settimana soltanto l’umido (nei grossi bidoni neri stradali con tutto il resto, per la gioia dei gabbiani); alla fine non sapendo dove buttare plastica, carta e metalli anche questi hanno fatto la stessa fine… ma almeno li ho lasciati separati (speravo di trovare una soluzione negli ultimi giorni ma poi per mancanza di tempo ho evitato giri assurdi). L’idea che mi sono fatto è che alle persone non interessa, non per niente tutte le persone che ho interpellato – giovani e meno giovani – tutte mi hanno invitato a non farmi problemi “tanto va bene uguale”. Per la cronaca una situazione non molto diversa dal punto di vista del menefreghismo l’ho trovata a Edimburgo (ci ho passato due mesi nel 2017), ma lì almeno lungo la strada ogni tanto un contenitore per la differenziata c’era…

A casa mia nelle Marche la raccolta differenziata si è sempre fatta: plastica e carta separate per loro conto e ammucchiate per qualche settimana prima di portarle dove si conveniva, il metallo lo raccoglieva il ferracciaro e l’umido andava nella compostiera, aka “il grasciaro”. Poi piano piano ci si è evoluti e da qualche anno abbiamo persino la raccolta porta a porta. In quest’angolo di mondo quasi tutti i paesi stanno nell’intorno del 70% di differenziata, e in alcuni comuni virtuosi si fa anche di meglio. I dati relativi al mio paese si possono consultare qui.
Sarà che da piccolo mi rimase impressa questa puntata di C’era una volta l’uomo ma a me l’idea di vivere in mezzo all’immondizia ha sempre spaventato (quella puntata finiva con gli stati che si tiravano i rifiuti a vicenda perché non si sapeva più dove buttarli…).

Inceneritori e rischi per la salute

Quello degli inceneritori è un argomento controverso. Secondo alcuni sono fabbriche di morte perché disperdono nell’aria una gran quantità di micro-nano-pico o non so cosa polveri, per altri sono l’invenzione del secolo perché permettono di recuperare energia da materiale totalmente inutile ed emettono soltanto aria pulita.
Per quanto mi riguarda la verità sta da qualche parte a metà strada, e ci sta che in un paese ci siano degli inceneritori, a patto che siano sotto controllo statale, che si paghi per portarci i rifiuti e che siano costruiti con le ultime tecnologie e il più possibile lontani da centri abitati.

Studi ne sono stati fatti tanti qui ad esempio uno commissionato dal Comune di Pisa in cui si rilevano potenziali rischi per la salute anche se con numeri statisticamente non significativi, anche se “le mamme” chiaramente non vogliono saperne di rischi… non a torto secondo me. Tra l’altro mia sorella ha tre figli piccoli e so come ragiona.

Parlando delle polveri a me risulta difficile credere che una volta bruciata una tonnellata di rifiuti resti soltanto una piccola frazione di ceneri, un po’ di energia recuperata, e tanta aria pulita, principalmente perché questa cosa va contro la legge di Lavoisier. Scrivo questa cosa però senza alcuna certezza perché non ho numeri e non ho studiato chimica.

Dulcis in fundo, anche se è un po’ fuori argomento, il controsenso di bruciare ciò che è complesso per ricavarne semplice energia quando quella complessità, che ha richiesto moltissima energia per formarsi, potrebbe essere riutilizzata con un cambiamento di forma minimo e dispendio di energia minimo. Non fa male ricordare che viviamo in un mondo quasi completamente isolato (a parte l’irradiazione solare) e con risorse finite, e sarebbe bene aver cura di ciò che ci passa per le mani.

L’assurdità degli incentivi pubblici agli inceneritori privati

Ricordo un’inchiesta di Report in cui si sottolineava come il giro di soldi attorno all’incenerimento dei rifiuti era la più grande zavorra alla gestione intelligente dei rifiuti, ovvero la raccolta differenziata con conseguente riciclo.

UOMO 1
Se bruci qualcosa incenerisci. Poi, lo vuoi chiamare termovalorizzatore, termo…come c…o ti
pare però è sempre un inceneritore.

UOMO 2
Logicamente che interesse c’è a riciclare quando poi lo Stato finanzia privati con i soldi pubblici
per incenerire i rifiuti?

https://www.report.rai.it/dl/docs/1317375313971oro_di_roma_pdf.pdf (il filmato purtroppo credo non sia più disponibile)

A distanza di tanti anni i problemi di Roma non sono stati risolti e al contrario sono divampati in estate come succede più o meno tutti gli anni: https://www.nextquotidiano.it/rifiuti-roma-report/
Inutile sorprendersi visto che gli attori in gioco non hanno alcun interesse (economico) a risolverli.

Conclusioni

Non sono un giornalista, e stando tutto il giorno davanti al computer non me ne va di passarci troppe ore anche prima di andare a letto. Concludo con i “miei due centesimi” su quello che è un problema complesso e che troppe volte si cerca di risolvere con soluzioni sbrigative.

In natura i rifiuti non esistono, tutto ciò che è rifiuto per un anello della catena è un’utile risorsa per un altro. Una volta nemmeno l’umanità ne produceva tanti, perché si cercava di riutilizzare tutto il più possibile, mentre da qualche decina d’anni si è incominciato a produrre una quantità immonda di scarti e non si prova più nemmeno a riutilizzarli perché con “il benessere” non ha senso perdere tempo per cercare di recuperare tutto, meglio buttare ciò che non serve…

Il problema dei rifiuti si risolve con tanti piccoli accorgimenti quotidiani di ciascuno di noi:

  1. se una cosa può servire non va buttata, se è riparabile va riparata, se non serve più ma a qualcun altro può servire bisogna venderla/regalarla, così da allungare la vita dei prodotti
  2. differenziare, sempre e comunque, perché è un comportamento dal basso che può spingere le amministrazioni a far sì che i rifiuti differenziati siano raccolti separatamente e riciclati
  3. se proprio fare la differenziata non ha senso o non è possibile per mancanza di spazio, conviene comunque separare l’umido ammucchiando tutto il resto insieme, perché l’unica cosa che puzza dopo pochi giorni è l’umido
  4. raccolta porta a porta o centralizzata (con incentivi alla popolazione) poco importa: bisogna spingere affinché le amministrazioni si occupino di far riciclare tutto il possibile
  5. acquistare le merci che hanno meno imballaggi (magari lasciandoli in negozio se superflui)
  6. bisogna scegliere le merci i cui imballaggi residui sono più facilmente riciclabili
  7. evitare l’utilizzo di ogni usa e getta non biodegradabili (sperando che vengano tutti resi illegali prima o poi)

Ci può stare che la parte residua venga bruciata per recuperare energia, ma producendone pochi quest’esigenza viene meno e potenzialmente si può anche decidere di lasciarli in discarica… la bellezza della scelta.

Postscritto

Visto che su Twitter sono arrivate altre critiche, rispondo anche a queste.

  1. “non statisticamente significativo” non vuol dire “piccolo” vuol dire che non c’è: nì, perché con la statistica si può dimostrare tutto e il contrario di tutto (un po’ l’ho anche studiata), dipende chi conduce la ricerca e come interpreta i dati. In fatto di salute bisogna sempre usare cautela, e sparare in cielo “aria arricchita” non è certo che non possa far ammalare qualcuno, questa cosa è in permanente corso di verifica.
  2. i “non sono un esperto ma non credo agli esperti” sono il male della nostra società: vale quello che ho scritto sopra, mi piace pensare che gli esperti abbiano ragione, e infatti non escludo a priori la costruzione di inceneritori; dico soltanto che dovrebbero essere l’ultima risorsa, per tutti i motivi spiegati. Se non altro ho specificato che non essendo un esperto le cose che ho scritto potrebbero essere minchiate. E comunque non vedo che male c’è ad esprimere un parere su Twitter, boh.
  3. la soluzione passa anche dagli inceneritori: nì. In un mondo giusto non dovrebbe essercene bisogno, ma il nostro non lo è. Essendo in Italia la terrei proprio come ultima carta da giocare anche per evitare quello che è successo a Roma, ovvero il fallimento pilotato della differenziata perché non c’era l’interesse economico a farla funzionare. Riducendo al massimo sprechi e scarti, rendere questi riciclabili e riciclando tutto il possibile, la quantità residua di rifiuti sarebbe talmente bassa che se ne potrebbe fare anche a meno di bruciarla… così magari per usare gli inceneritori che ormai avremo poi potremo chiedere agli altri paesi di mandarci la loro tanto per non sottoalimentarli…

Italia Coast2Coast: Portonovo-Orbetello a piedi in 14 mosse

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Nota per i lettori

Questo è soltanto un breve resoconto scritto una volta tornato a casa e senza grandi pretese, se non quella di un ausilio alla mia memoria quando comincerò a dimenticarmi i dettagli. È anche un modo per raccogliere in un’unica pagina tutte le cartine delle tracce che ho registrato su Wikiloc.
Se avete bisogno di tracce gps accurate per favore scaricatevi quelle di Simone Frignani dal suo sito, perché io non ho fatto altro che seguire le sue accorpando alcune tappe come mi rimaneva più comodo, e a volte ho fatto anche qualche piccolo errore. Vero che ho aggiunto alcune fontanelle e punti di ristoro incontrati lungo il percorso, ma purtroppo non sempre mi sono ricordato di registrarli quindi è una guida tutt’altro che completa.
Se decidete di fare questa traversata in agosto sappiate che in Toscana è difficilissimo trovare posti per dormire senza aver prenotato mesi in anticipo, quindi potreste aver bisogno di una tenda nello zaino e di tanto spirito di adattamento. Io fino all’Umbria ho prenotato sempre dall’ora di pranzo per la sera, e arrivato in Toscana ho iniziato a prenotare con uno/due giorni di anticipo e regolarmi con le tappe di conseguenza. L’eccessiva lunghezza dell’ultima tappa è soltanto figlia del non aver trovato sistemazioni comode a metà strada e della mia notevole resistenza al caldo e alla fatica, ma la sconsiglio sotto il sole di ferragosto e non credo che ripeterei l’esperienza.
Se volete godervi i paesini lungo la strada forse è meglio dividere il cammino in 18 tappe come consigliato dal suo ideatore, io facendolo in quattordici e alzandomi quasi sempre tardi purtroppo attraverso alcuni di questi paesi ci sono passato troppo velocemente o ero troppo stanco per godermeli.

Sull’equipaggiamento

Avevo già un paio di piacevoli esperienze di “camminate lunghe” in compagnia lungo il Cammino di San Benedetto, ma questa è stata la mia prima vera esperienza di cammino, e l’ho fatta da solo.
L’equipaggiamento l’ho preparato tenendo conto di tre fattori: l’essere solo, il non aver prenotato niente e la mia più che discreta resistenza al caldo.

Nello/sullo zaino, un Salewa The Pig 50:

  • tenda monoposto
  • tappetino da palestra arrotolabile
  • sacco lenzuolo in poliestere
  • piccola copertina in pile
  • un bastone da trekking di quelli telescopici
  • scatola di primo pronto soccorso con: acqua ossigenata, qualche pastiglia di tachipirina, cerotti, cerotti per vesciche, steri strip, cerotto a strappo, ghiaccio istantaneo
  • scatola con qualche etto di frutta secca/disidratata
  • due t-shirt tecniche di ricambio, un paio di mutande e uno di boxer (per variare lo sfregamento), tre paia di calzini tecnici, un paio di pantaloncini di poliestere da riposo/ricambio
  • spazzolino e dentifricio, filo interdentale che può sempre tornare utile
  • asciugamani in microfibra, abbastanza grande anche per asciugarsi dopo la doccia
  • un pezzo di sapone di marsiglia per il bucato e, all’occorrenza, per il corpo
  • corda e mollette
  • un paio di Vibram Fivefingers, da usare come scarpe di ricambio e/o da riposo
  • impermeabile, ombrellino e qualche busta di plastica
  • bottiglia di plastica da un litro, riempita a seconda delle tappe

Addosso:

  • scarpe da running Puma Descendant, collaudate ma non troppo usurate (comprate poco più di due anni fa su Amazon a 32€)
  • cappello da pescatore, comodo da mettere in tasca
  • t-shirt tecnica e pantaloni corti con cerniere convertibili lunghi, e tasche laterali
  • libro di Simone Frignani
  • smartphone con le tracce gps di Simone, come software ho usato Wikiloc e GPX Viewer
  • nel portaborraccia: borraccia termica da 0.75 (da riempire a ogni occasione), coltellino e minuscola bussola di emergenza, più un paio di Chupa Chups
  • nel marsupio: macchina fotografica, libro, fazzolettini di carta, cavo caricabatterie e batteria esterna

A conti fatti

Il materassino pieghevole l’ho usato un paio di volte per strada e una volta in tenda ma non lo riporterei, meglio “investire” qualche etto in più per un materassino di quelli autogonfianti così da soffrire meno la notte in tenda.
La macchina fotografica è stato un lusso che ho usato poco, forse bastava il telefono.
Una sera a Sorano ho avuto piuttosto freddo, una felpa leggera avrebbe fatto più comodo della piccola coperta in pile.
Di frutta secca ne ho portata troppa, uno o due etti sono sufficienti ma poi andrebbe usata solo in caso di emergenza.
I medicinali non li ho usati a parte l’acqua ossigenata, ma li riporterei tutti perché viaggiando soli non si può rischiare troppo.
Ho dimenticato di prendere ago e filo e ne ho avuto bisogno.
Il libro sarà che non mi ha preso particolarmente ma non ho avuto mai tempo/voglia di leggerlo, forse anche perché la sera sono stato spesso in compagnia. A conti fatti non so se lo riporterei, in caso forse meglio comprarsi un Kindle.
Non ho preso la protezione solare perché odio metterla, ma forse avrebbe fatto comodo perché mi avrebbe risparmiato una mezza insolazione e quest’abbronzatura da sfigato.
Non ho preso un taglia-unghie perché pensavo non ne avrei avuto bisogno, ma a un certo punto me lo sono fatto prestare da un affittacamere, forse sarebbe bene portarselo.
Non ho preso il deodorante, ma d’altronde l’uomo ha da puzza’.
Considerato che ho viaggiato in estate e senza aver prenotato niente, quindi senza vincoli, forse potevo evitare di portare uno tra l’impermeabile e l’ombrellino. Infatti non li ho usati.

I dubbi più grandi li ho avuti sulle scarpe, ma rifarei la scelta delle scarpe da running. Vesciche minuscole che non mi hanno dato alcun fastidio, e sono andato a velocità impensabili con gli scarponi. Certo ho rischiato qualche distorsione sui terreni più sassosi, e ho aumentato il rischio in caso di incontri ravvicinati con vipere, ma con gli scarponi non sarei arrivato in fondo quindi va bene così.

Le scarpe a fine cammino... arrivato a casa le ho buttate

Le scarpe a fine cammino… arrivato a casa le ho buttate

Per l’acqua mi sono regolato così: sulle tappe lunghe e senza paesini nel mezzo ho cercato di portarmi dietro sempre tutto il carico, quindi 1.75 litri, bevendo prima quella nella bottiglia di plastica (che entrava comunque nel portaborraccia). In caso di dislivelli grandi, di paesini ogni qualche chilometro e/o di tappa fatta prevalentemente di mattina, sono andato con la sola borraccia per risparmiare un chilo di peso.

Sulla preparazione

Mi è sempre piaciuto camminare e quando posso qualche escursione in compagnia la faccio, ma raramente vado sopra i 15km. Due settimane prima di incamminarmi sono andato un paio di volte al lavoro a piedi (17km andata e ritorno) e una volta sul Monte Vettore, e la settimana prima del cammino tutti i giorni al lavoro a piedi. Ho preferito però evitare di passare troppo per uno svitato, quindi al massimo mi sono portato dietro uno zainetto minimale, ben più leggero di quello che ho usato poi sul cammino. Questa cosa l’ho pagata, le prime tappe sono state devastanti per le mie spalle anche a causa dello zaino troppo pesante (10kg e passa) del tutto inadeguato ma che mi piace tanto.
Per piedi e gambe ho usato quasi sempre le scarpe da ginnastica che poi ho usato sul cammino, e una volta le Vibram Fivefingers. Meglio abituarsi a un paio di scarpe e usare sempre quelle, i piedi e i polpacci soffriranno molto meno i dislivelli e lo sforzo dovuto al peso dello zaino.

Le tappe

Premessa: avendo vissuto tutta la vita in zona Jesi conosco bene le prime tappe e non me le sono godute appieno anche per questo motivo.

1) Portonovo – Camerano – Osimo (01/08/2016)


La tappa più brutta, senza forse. Troppi attraversamenti di strade trafficate e paesaggi un po’ troppo urbanizzati.
Ho dormito e cenato a casa di un amico, quindi non ho minimamente studiato la situazione alloggi.

2) Osimo – Filottrano – Appignano (02/08/2016)


Sul guado del Musone confesso di aver imbrogliato accettando il passaggio di un tizio con il trattore che doveva andare dall’altra parte. A Filottrano ho conosciuto il primo coaster, Daniele, camminatore espertissimo ed estremamente preparato che mi ha dato qualche dritta per poi fermarsi a Filottrano.
Bello e difficile il tratto di strada imbrecciata nella Contrada Le Lame, fatta del pomeriggio almeno per me è stato uno dei punti più duri. Avendo avuto la brillante idea di utilizzare le mie Vibram Fivefingers invece delle ben più collaudate Puma Descendant, sono arrivato in fondo con entrambi i polpacci parecchio infiammati sull’esterno.
Ho dormito all’Agriturismo Il Confine: 50€ a mezza pensione, con cena e colazione ottimi e abbondanti a dir poco.

3) Appignano – Treia – San Severino Marche (03/08/2016)


Una delle tappe che mi ha messo più in crisi fisicamente, e non solo a causa della lunghezza. Il tratto di strada prima di arrivare sulla provinciale fatto di pomeriggio è stato tremendo a causa del sole e della mancanza di punti di ristoro, e arrivando a San Severino il colpo di grazia me l’ha dato la salita per arrivare dalle suore. A casa delle suore ho conosciuto Beppe, Luciana e Grazia, camminatori di lunga data.
Ho dormito e cenato all’Istituto delle suore convittrici: 38€ a mezza pensione. Le suore seppur in due e con calcolatrice “si sono confuse” con il resto e mi hanno fregato due euro.

4) San Severino Marche – Pioraco (04/08/2016)


Tappa fatta parzialmente con Beppe, Luciana e Grazia, ritrovati per strada in tarda mattinata… ma poi ci siamo lasciati per vari motivi. Prima di Seppio mi sono perso anche il bastone da trekking che avevo “fissato” allo zaino, e il barista di Seppio mi ride ancora dietro. Subito dopo ho trovato un bel bastone di legno, che opportunamente sistemato con il coltellino si è rivelato un ottimo sostituto. A cena nell’albergo di Pioraco ho conosciuto i due fratelli professori Francesco e Silvia, e poi mi sono dimenticato il cavo caricabatterie in camera…
Ho dormito e cenato all’Hotel Il Giardino: 50€ a mezza pensione, ancora trattato da re con cena e colazione assolutamente eccellenti.

5) Pioraco – Nocera Umbra (05/08/2016)


La tappa, fatta insieme a Grazia, Francesco e Silvia, non sarebbe stata nemmeno troppo difficile, ma credo di essere partito con qualche linea di febbre perché per tutta il giorno sono stato stanchissimo e una volta arrivato a Nocera Umbra mi sono ritrovato sopra ai 38°. La mattina dopo stavo già bene, ma considerato che quel giorno ha fatto il diluvio e la tappa per Assisi sarebbe stata la più difficile, ne ho approfittato per riposare e modificare lo zaino che mi stava sfasciando le spalle. Nel frattempo il buon Jacopo mi ha riportato il cavo dimenticato a Pioraco, e a cena ho conosciuto altri ragazzi, tra cui Emanuele e Claire.
Ho dormito entrambe le notti all’Albergo Europa: 30€ a notte con colazione. Padrone molto gentile, mi ha regalato un asciugamani e un set da cucito per foderare gli spallacci dello zaino.

6) Nocera Umbra – Assisi (07/08/2016)


Forse la tappa con il terreno più vario e difficile, fatta dopo un giorno di pioggia torrenziale non è stata proprio semplice con le mie scarpe da running. Ho rotto quasi subito il mio bastone di legno, ma seppur troppo corto si è rivelato ancora utile e ho continuato a usarlo. A Costa di Trex mi sono ritrovato in una sagra di paese, in cui ho re-incontrato Emanuele e Claire, conosciuti la sera precedente, e con cui ho concluso la tappa. Ad Assisi abbiamo cenato insieme noi tre, Daniele e Jacopo.
Ho dormito all’Ostello della Pace: 18€ con colazione. Economico ma il riposo non è stato dei migliori.

7) Assisi – Bevagna – Gualdo Cattaneo – Marcellano (08/08/2016)


Assisi splendida, Gualdo Cattaneo piccolo ma incantevole, tappa tosta a causa dei dislivelli solo dopo Bevagna
Ho dormito all’Agriturismo Il Cavaliere: 40€ a mezza pensione. Cena eccellente, padroni simpatici e gentilissimi, nota di merito per la signora Umbra che mi ha fatto sentire come a casa.

8) Marcellano – Todi – Acqualoreto (09/08/2016)


A inizio tappa mi sono reincontrato con Daniele, che però si stava fermando perché aveva cominciato da due ore, l’ho reincontrato a Todi insieme a Jacopo, ma ho deciso di proseguire per Acqualoreto. Tappa abbastanza stancante, specialmente l’ultimo tratto.
Purtroppo l’affittacamere che mi aveva detto di non preoccuparmi perché all’occorrenza mi avrebbe dato una camera si è eclissato, e la signora dell’agriturismo che aveva detto mi avrebbe lasciato mettere giù la tenda poi ci ha ripensato.
Ho dormito in tenda avanti a una casa disabitata.

9) Acqualoreto – Civitella del Lago – Corbara – Orvieto Scalo (10/08/2016)


Tappa semplicissima e abbastanza monotona, resa interessante solo dal passaggio vicino al lago e alla diga. La parte tra Corbara e Orvieto Scalo è stata di una noia mortale e con poca ombra, senza alcun tipo di ristoro a parte un agriturismo a metà strada che però al mio passaggio aveva già chiuso la cucina. Sono stato attaccato da un Ufo, forse solo un tafano gigante, che mi ha colpito a una gamba lasciandomi una ferita degna di un pugnale.
Ho dormito all’Albergo New Etruria: 47,30€ con colazione.

10) Orvieto Scalo – Orvieto – Bolsena – San Lorenzo Nuovo (11/08/2016)


L’ingresso a Orvieto l’ho fatto con la funicolare come consigliato nella guida, me ne sono accorto soltanto una volta arrivato sin lì seguendo la traccia gps e non me la sono sentita di andare a piedi.
A pochi chilometri da Bolsena ho ripreso Beppe, Luciana e Grazia, e insieme abbiamo percorso il tratto di trada fino a Bolsena, poi ho proseguito da solo.
Ho dormito al B&B Predio San Fernando di Acquapendente: 40,50€ con colazione. Sono arrivato a Acquapendente, in parte camminando e in parte facendo l’autostop, perché a San Lorenzo Nuovo non ho trovato posti economici per dormire, quindi i chilometri sono trentacinque abbondanti. Il passaggio me l’ha dato una famigliola eritrea, gli italiani naturalmente mi hanno ignorato.

11) San Lorenzo Nuovo – Grotte di Castro – Onano – San Quirico – Sorano (12/08/2016)


Il ritorno da Acquapendente me lo sono fatto a piedi perché l’autostop in assenza della famiglia eritrea di cui sopra non ha funzionato, e il bus non si vedeva. Quindi i km totali sono 37 circa. Notevolissimo l’ingresso nella valle del tufo, il passare di paesino in paesino ha reso la tappa piuttosto semplice.
Ho dormito all’Affittacamere San Marco: 35€ per il solo letto.

12) Sorano – Sovana – Pitigliano (13/08/2016)


Bellissima l’uscita da Sorano attraverso la via cava di San Rocco. Ho visto passare Marco, Daniela e Michele, incontrati poi la sera a Pitigliano insieme a Dario e Pietro.
Notevole anche il passaggio attraverso la Fattoria Aldobrandesca, più di mezz’ora a camminare sul fondo di una vigna.
Dopo Sovana, in cui mi sono ritrovato un caffé offerto dalla proprietaria del bar Simona, ho visto un totale disinteresse verso noi camminatori. L’alta stagione e l’inondazione di turismo della Toscana sicuramente non ha aiutato. Bello anche l’ingresso a Pitigliano, ma meno della via cava di Sorano.
Ho dormito all’Albergo Guastini: 40€ per il solo letto.

13) Pitigliano – Manciano (14/08/2016)


Questa tappa me la ricorderò principalmente per il quasi tuffo che per poco non ho fatto guadando il torrente, perché ho provato a filmare l’ultima parte (più facile) e per poco non mi sbilancio e cado all’indietro. Poi ho iniziato a tirare abbestia per riprendere Marco, Michele e Daniela che erano partiti un’ora e mezza prima di me, e per un bel tratto ho anche tenuto dietro due cavalli tenendo un passo di 6 km/h, che non sono pochi considerando lo zaino, il caldo e i dislivelli.
Ho dormito all’Hotel Miravalle: 45€ per il solo letto.

14) Manciano – Capalbio – Ansedonia – Le Miniere – Orbetello Scalo (15/08/2016)


Tra Manciano e Capalbio mi sono incontrato nuovamente e per l’ultima volta con il trio sopra, e abbiamo camminato per un po’ insieme, finché notando un rallentamento e avendo bisogno di tenere il passo per arrivare presto e potermi riposare li ho lasciati. In teoria avevo trovato un posto in un camping dalle parti di Ansedonia, e dopo aver riposato e mangiato un po’ a Capalbio e essermi fatto una chiacchierata con un vecchio di paese e un altro coaster su due ruote, sono ripartito verso le 14:15 per arrivare ad Ansedonia e in caso proseguire. Nel passaggio in zona di caccia al cinghiale ho notato moltissime tracce del maiale setoloso, ma fortunatamente nessun avvistamento. Il caldo assurdo mi ha fatto venire più di un dubbio, ma arrivato ad Ansedonia ho deciso di provare a concludere cercando di prendere il treno delle 21:45 per Roma da Orbetello. Poco più di un’ora sull’interminabile e un po’ noioso “Tombolo”, breve passaggio sull’Argentario, foto di rito al tramonto a Orbetello, barcollamenti vari per un’altra ora abbondante verso la stazione di Orbetello Scalo e poi via verso Roma.
Ho dormito in un albergo vicino alla stazione Roma Termini.

Tana!

Tana!

Su Dio, fede e religione

L’argomento è spinoso e ci ho sempre riflettuto molto, ma in questi ultimi giorni l’ho fatto anche più del solito e mi è venuta voglia di condensare il mio pensiero in qualche riga, anche per chiarirmi le idee.

Da che ho memoria quello che hanno cercato di insegnarmi a casa e al catechismo su Dio, Gesù e compagnia bella non mi ha mai convinto del tutto. Ho sempre cercato di rimanere aperto di mente e di riflettere su questi temi, senza dogmi di nessun tipo, continuando ad andare a prendere tutti i sacramenti fino alla cresima per far contenti la mia famiglia e il mio primo parroco, e ho continuato ad andare a messa per qualche anno anche dopo sempre per non dar dispiacere a casa. Questo lungo percorso non ha mai portato i risultati che speravano i miei familiari e il mio scetticismo sulle argomentazioni cattoliche non ha fatto che aumentare nel tempo.

Mistero della fede

A messa lo dicono sempre, e a me suona quasi come una presa in giro. Ti insegnano fin da piccolo che bisogna credere indipendentemente dalle prove, che San Tommaso si pentì per essere stato scettico, ma non ho mai capito perché.
In un mondo giusto l’onere della prova dovrebbe spettare sempre a chi afferma, e non a chi confuta… ma anche i più grandi teologi quando non sanno dove andare a parare si nascondono dietro ai misteri che la scienza non riesce ancora a spiegare; da un nulla costruiscono tutto un castello di carte su Dio, santi, resurrezioni, assunzioni in cielo, immacolate concezioni e via dicendo, affermando che chi nega dovrebbe fornire delle prove.
piccione
Ma lasciamo per un momento da parte la logica; è vero che tutte queste cose in linea di principio e ignorando tutte le leggi fisiche che conosciamo (dimostrate e non confutabili, almeno in questo sistema che chiamiamo universo) potrebbero essere vere, e magari in qualche universo parallelo lo sono pure, ma non mi entrerà mai in testa il motivo per cui dovremmo dedicare una parte infinitesimale della nostra esistenza a credere in esse o peggio ancora a venerare ipotetici dèi.
Dicono che il pastafarianesimo sia una presa in giro; effettivamente Bobby Henderson si è inventato tutto così, per scherzo, ma la cosa più divertente è che ha utilizzato le stesse strategie usate nelle altre religioni. Stiamo parlando di supposizioni, ma se per ipotesi le idiozie sul pastafarianesimo continuassero a prendere campo e se fra qualche generazione i fedeli pastafariani dimenticassero le vere origini della loro religione, fra qualche secolo potremmo ritrovarci con un’altra religione monoteista al pari del cristianesimo e dell’islam. Per carità, non che questo sarebbe un grosso problema, visto che è una religione senza vincoli e basata sul “volemoce be’”.
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Paradiso : Carota = Inferno : Bastone

Lasciamo da parte il cattolicesimo per un momento; non sono un esperto ma credo che più o meno in tutte le religioni si prospetti un qualche tipo di ricompensa nell’aldilà per chi si comporta secondo i dettami e di una punizione per chi in vita non ha seguito le regole… il punto è: siamo asini che per muoverci in una certa direzione abbiamo bisogno del bastone e della carota? Non dovrebbe bastare un po’ di etica e di buon senso?
Più di una volta mamma mi ha ripreso dicendomi che in qualcosa bisogna pur credere. Assurdo, perché poi se dici di credere in Babbo Natale o in un mostro volante fatto di spaghetti ti prendono per scemo.
Credo di essere stato cresciuto abbastanza bene da poter discernere tra ciò che posso fare e ciò che dovrei evitare, senza pensare a tavole della legge o a mondi ultraterreni.
Se tutti seguissimo le semplici leggi del “vivi e lascia vivere”, del “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” e del suo duale “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” saremmo già a posto.
Non nego che in epoche di ignoranza e credulità diffuse le religioni abbiano avuto un ruolo importante, ciascuna fondata su precetti adatti ai luoghi in cui sono nate, validi per preservare l’ambiente e la salute degli adepti. Continuare però a pensare che senza religioni non possano esserci bravi e onesti cittadini è ingiusto, anche perché spesso è vero il contrario.

Religioni = Onestà, correttezza, giustizia sociale e lieto vivere?

Sarebbe bello se fosse vero, ma purtroppo sembrerebbe vero il contrario. Volevo provare a mettere in relazione la percentuale di credenti/fedeli presenti nei vari paesi con vari indici utilizzando Gapminder, un gioiellino che scoprii qualche anno fa. Tra le miriadi di indicatori utilizzabili i dati relativi alle diffusioni delle varie religioni non sono disponibili, qualcuno sostiene che è preferibile evitare perché dei malintenzionati potrebbero sfruttare alcune correlazioni per perseguire determinate religioni… io temo più che abbiano evitato di gestirle perché altrimenti gli appassionati come me si metterebbero a graficare le magagne delle varie religioni.

Religioni e Gapminder, due mondi che non si sono mai incontrati

Religioni e Gapminder, due mondi che non si sono mai incontrati


Al momento si può soltanto visualizzare con colori differenziati quando una delle maggiori religioni supera il 50% di incidenza, poca roba.

Il cattolicesimo, la confessione, la corruzione

Altra cosa che non capirò mai: perché cavolo un cattolico che si confessa deve potersi considerare purificato dei propri peccati. Un detto piuttosto diffuso in Italia, con varie declinazioni dialettali è “Fai del bene e scordatelo, fai del male e pensaci”, bellissimo, peccato che con la scusa della confessione molte volte la seconda parte venga meno.
Un giorno in una delle mie esperienze da scrutinatore al seggio elettorale ebbi modo di parlare con un carabiniere che era stato parte della scorta di Giulio Andreotti, il quale raccontava di come Il Divo fosse un uomo molto pio e di come andasse sempre a messa, tutti i giorni. Uno degli uomini più potenti e (quasi sicuramente) corrotti della storia italiana era un uomo pio, è un caso isolato?
Guardare delle cartine geografiche colorate a volte aiuta, quindi mi sono andato a cercare due mappe, una con l’indice di corruzione percepita, e una con la percentuale di cattolici nella popolazione. Il perché è presto detto: la corruzione è uno dei quei peccati (a torto) considerati veniali, che si possono facilmente rimuovere dalla coscienza con una bella confessione purificatrice.

Indice della corruzione percepita, 2015

Indice della corruzione percepita, 2015


Percentuale di cattolici nella popolazione, 2010

Percentuale di cattolici nella popolazione, 2010


Ignoriamo l’ex Unione Sovietica, che in ambito religioso è mal censita così come anche l’Africa, continente dai così tanti problemi che è inutile stare a cercarci correlazioni; anche l’Asia non fa testo perché la religione cattolica ad est non ha mai avuto molto peso.
Vero che ognuno vede quello che vuole vedere, e che correlazione non è causalità, ma secondo me osservando i paesi occidentali un minimo di correlazione c’è, specialmente in Europa.
Ho anche l’impressione che la tendenza a pronarsi verso gli uomini di potere – sia in ambito aziendale che politico – sia la stessa che ci porta a inchinarci di fronte a improbabili dèi che potrebbero punirci o premiarci per le nostre azioni…

Vivi e lascia vivere

La mia filosofia di vita e cerco di applicarla sempre, a volte purtroppo senza riuscirci.
Sarebbe un mondo migliore se le persone pensassero di più alle proprie azioni e meno a quelle altrui, e se le leggi fossero scritte per aumentare l’armonia nella società invece che per proibire (specialmente per motivi religiosi) determinati comportamenti che impattano solo sulla sfera privata di chi li compie.
Io non ho mai avuto niente contro chi crede fermamente in qualche Dio o verso chi è convinto della sua non esistenza (anche l’ateismo è una religione a mio avviso), ma mi manda fuori di testa il loro tentativo di farti passare per una cattiva persona se non la pensi come loro.

Sì (con riserva) alla fede, no (deciso) alle religioni

Il punto che mi sta più a cuore: il perché secondo me non ha alcun senso essere credenti praticanti.
Di religioni ce ne sono (e ce ne sono state) innumerevoli, principalmente perché siamo attaccati alla nostra vita come zecche a un cane, e non vogliamo lasciarla nemmeno dopo morti. Poggiano su basi a volte simili a volte completamente diverse, ma i rispettivi fedeli sono tutti convinti di essere nel giusto, e pensano che le altre religioni siano fasulle.
Fare classifiche non serve, per me sbagliano tutte in egual misura. E non parlo dell’esistenza di un Dio creatore, io mi considero più agnostico che ateo, e non mi sento di escluderlo a prescindere.

Caso 1: Dio non esiste

Partiamo dal caso più semplice: se Dio non esiste (intendo nessun Dio) inutile pregarlo, fare offerte, costruire templi e così via.
mother-earth
Il caso più probabile a mio avviso. Dio è una combinazione di eventi naturali, istinto di autoconservazione umano, fortuna. Quello che dovremmo fare è avere più cura del nostro pianeta, essere meno egoisti e favorire di più la fortuna facendo maggiormente ciò che ci piace. Niente preghiere, niente templi.

Caso 2: Dio esiste ma non è quello che pensiamo e ignora la nostra esistenza

Qui il discorso inizia a farsi più interessante. Il nostro “sistema universo” ha avuto il via non si sa bene come, e non possiamo escludere un “intervento esterno”.
L’universo potrebbe essere un qualcosa di insignificante all’interno di un sistema più grande, nato per sbaglio o per gioco o per esperimento.
simpson-genesis-tub
Potenzialmente potremmo anche essere una “simulazione” al computer, come un enorme The Sims o come la realtà simulata di quel capolavoro di film che è Il tredicesimo piano.
In tal caso il nostro creatore non avrebbe niente di realmente divino, e quasi sicuramente non avrebbe idea della nostra esistenza, e se anche ne fosse consapevole non gliene fregherebbe niente di noi o non avrebbe quel potere che pensiamo.
Anche in questo caso inutile pregarlo, fare offerte, costruire templi e così via.

Caso 3: Dio esiste, è consapevole della nostra esistenza, ed è un Dio saggio e benevolo

Ok, i fedeli di alcune religioni hanno ragione, lode a loro. Tralasciamo il fatto che non si sa qual è questo Dio giusto (o ce ne sono di più?) il problema vero è: data la sua saggezza, che bisogno c’è di leccargli il culo? Non basterebbe comportarsi equamente, aiutare chi è in difficoltà, ringraziarlo tra sé e sé quando “la fortuna” ci aiuta?
god-good
Essendo tanto saggio e tanto superiore a noi probabilmente ignorerà le nostre preghiere e cercherà di trattarci tutti equamente in base alle nostre azioni, ma non è da escludere che il nostro servilismo gli dia noia. Tra l’altro se io fossi onnisciente e dovessi giudicare la vita dei miei fedeli per decidere chi salvare e chi dannare darei priorità a chi si è comportato rettamente senza pensare a possibili premi nell’aldilà.
Anche in questo caso dunque inutile pregarlo, fare offerte, costruire templi e così via.

Caso 4: Dio esiste, è consapevole della nostra esistenza, ma è un Dio iniquo e bizzoso

Il caso peggiore. Se fossimo giusti dovremmo fregarcene di Dio, comportandoci sempre in modo giusto senza perdere tempo in avvilenti preghiere e genuflessioni, e facendo la carità nei confronti dei più bisognosi, e non per la costruzione di templi o per stipendiare il clero.
god-mean
Per quanto mi riguarda non sono proprio il tipo che si inchina al capo solo perché è il capo. Ovviamente siamo tenuti a fare il nostro lavoro nel miglior modo possibile. Va bene anche un saluto di riverenza nei confronti di chi direttamente o indirettamente ci dà da mangiare, ma oltre quello non si dovrebbe mai andare.
Non so voi ma io non sono il tipo che venera i potenti, al massimo li stimo e li seguo se li reputo autorevoli.
Anche in questo caso non vedo perché lasciarsi andare in preghiere e costruzione di templi.

In sintesi

Ognuno faccia come meglio crede, evitando però di disturbare (o peggio) le vite altrui. In un mondo in cui gran parte degli eventi naturali erano inspiegabili le religioni purtroppo erano inevitabili e in certi casi anche utili, ma ormai sarebbe meglio evitare di farci condizionare troppo da ipotesi fantasiose e non dimostrabili.
Non dovremmo mai dire che la giustizia è dell’altro mondo né tutte quelle cavolate sulle beatitudini dell’aldilà, che servono solo a far stare al loro posto gli strati più bassi della società. Se non vi piace la vostra vita fate qualcosa per cambiarla, possibilmente senza danneggiare gli altri non per paura di punizioni divine ma per quell’empatia che dovrebbe essere propria di ciascun essere umano.

Su tumori, oncologia, cure alternative e miracoli

Scrivo questo articoletto perché negli ultimi tre anni mi sono fatto una discreta cultura sull’argomento, e so per certo che gli sventurati a cui tocca quello che è capitato a mamma e i loro familiari ci diventano matti per trovare una soluzione… che purtroppo ancora non sembra esserci.
Tumore (neoplasia) al pancreas, una sentenza. Lo si può dire in modi più o meno carini, il punto è che non lascia scampo, e indipendentemente dalle cure che si fanno la mortalità tende al 100% come ci si avvicina ai cinque anni dalla diagnosi, e in pochissimi arrivano a tre. Mamma non ci è arrivata per poco.

Stato attuale dell’oncologia

Nel 2013 ho passato molti mesi a studiare il funzionamento di ospedali e reparti per modellare i dati e gettare le basi di un software gestionale ospedaliero, e mi sono occupato in particolare di oncologia. Dopo molto studio e alcune interviste con medici e infermieri, quando il tutto cominciava ad essere piuttosto corposo, il progetto mi è stato tolto di mano; l’esperienza è stata comunque interessante e ho imparato molto, soprattutto su come “funziona” l’oncologia e sul come vengano “studiati” i protocolli di cura.

Purtroppo l’oncologia brancola ancora nel buio; i protocolli di cura vengono elaborati mescolando veleni chemioterapici più o meno a caso, e per valutarne l’efficacia si usano i malati come cavie aumentando le dosi di un veleno o dell’altro facendo delle statistiche sulla “durata” dei pazienti in base alle varie ricette.
È noto che i principi attivi di quasi tutti i farmaci anche quando assunti singolarmente possono avere effetti molto diversi da un soggetto all’altro, l’idea di mischiare tante di queste cose sperando di centrare l’obiettivo è quindi abbastanza assurda. Utilizzando questi veleni gli unici risultati certi sono gli enormi profitti delle case farmaceutiche, i costi del Servizio Sanitario Nazionale, e la distruzione dell’organismo delle povere cavie, le quali si ritrovano ad avere tutti i problemi di salute possibili immaginabili. Naturalmente i medici ben si guardano dallo studiare le novità nel campo della loro medicina, e continuano a lottare contro un nemico sempre più agguerrito utilizzando armi di provata inefficacia… da capire se spinti dalle case farmaceutiche o dalla loro inettitudine.

Mamma le ha provate tutte, prima la chirurgia e poi ogni genere di chemioterapia e radioterapia che le hanno prescritto al reparto di oncologia. Ha dimostrato una resistenza fuori dal comune e fino all’ultimo ha cercato di “sembrare in salute”, per poi schiantarsi di botto nell’ultimo mese fiaccata dal male e dai continui avvelenamenti. È brutto da dire, ma il suo organismo era così impregnato di tutte quelle schifezze che il suo corpo dopo morta si è anche sformato a grande velocità.
Affermano che le chemioterapie con il passare del tempo stiano aumentando di efficacia perché i malati generalmente vivono più a lungo, nessuno fa notare però che la diagnosi è sempre più precoce e che quindi l’inizio della malattia viene sempre di più “anticipato”; inoltre da qualche tempo i malati vengono indirizzati su percorsi di corretta alimentazione e stili di vita sani.
Chi commercializza e chi propugna le attuali “cure ufficiali” basandosi solo su statistiche abbastanza fasulle dovrebbe essere denunciato per crimini contro l’umanità. Mentire con le statistiche, gran bel libro che consiglio a tutti e che dopo qualche anno forse dovrei rileggere.

Io all’inizio ho cercato di dissuaderla dal percorrere questa strada, ma poi ho rinunciato anche perché convincerla dell’inutilità avrebbe significato annullare anche il possibile effetto placebo.

Le alternative

A mio avviso non ce ne sono di valide. Secondo me finché le case farmaceutiche non capiranno come possono essere fermati i tumori (sempre che non lo sappiano già) si può solo sperare.
Di più o meno certo c’è che l’organismo umano ha un’enorme capacità di guarigione, e spesso tutte le cure alternative si basano sul cercare di spronare l’organismo a dare il meglio di se… l’esatto contrario di quello che fa la chemio.

Digiuni programmati

Da più di una fonte avevo sentito di come dei digiuni intermittenti e non troppo prolungati aiutino l’organismo a ripulirsi, poi lessi che questi digiuni aumentano l’efficacia delle chemioterapie. Secondo me aiutano la chemio solo perché aiuterebbero in ogni caso, e perciò anche gli sventurati che decidono di fare le chemio, ma questa è solo una mia opinione. Di certo c’è solo che i più dei medici ignorano questa cosa, e se gliela dici ti prendono per scemo.

L’aloe

Sinceramente su questo fronte non ci ho capito molto, so solo che a casa mia negli ultimi due anni sono arrivate alcune piante di Aloe, che secondo alcuni ha molte proprietà benefiche e c’è chi lo usa per curare il cancro. Ovviamente l’Airc non è molto favorevole a riguardo.

“Rimedio Pantellini”, l’ascorbato di potassio

Questo Pantellini scopri la sua “cura” per caso, perché un malato terminale non aveva capito cosa il medico gli aveva prescritto per alleviare i suoi dolori.
La preparazione di questo rimedio è piuttosto semplice, ma volendo esiste in commercio il Nike RCK un integratore fatto esattamente in quel modo (non a caso). Una scatola contiene cento coppie di bustine, e cento giorni di “terapia” costano 50€.
Qui il concetto è che il tutto si riconduce a una forte azione antiossidante, e nessuno lo spaccia per un rimedio antitumorale, ma al massimo come strumento di prevenzione.
Noi ne abbiamo sentito parlare all’ultimo e ci abbiamo provato per qualche settimana, ma era veramente troppo tardi.

Varie ed eventuali

Di cure alternative ce ne sono tante altre, e la prima che mi viene in mente è il Metodo Di Bella.
Sinceramente non so che pensare, credo solo che in alcuni casi si tratti di sciacallaggio, e in altri di reali convinzioni dei loro ideatori, anche corroborate da reali guarigioni. Da capire se queste guarigioni ci sarebbero state in ogni caso.
Se dovessi buttarla a cure alternative mi ispirerebbe più fiducia il rimedio Pantellini, se non altro non è niente di brevettato, passa per un integratore alimentare e costa un’inezia, quindi se c’è chi lo pubblicizza è improbabile che lo faccia per guadagnarci tanto sopra.

Dio e i santi

Forse un giorno cercherò di sintetizzare il mio pensiero su Dio, i santi e le religioni in un articolo, ma non è questo il momento. Dico soltanto che mamma ne ha visitati tanti di santuari, ed è sempre stata una credente praticante. A casa ci sono sempre stati santini e immagini sacre, e negli ultimi tre anni sono aumentati.

I miracoli

I miracoli di guarigione a mio avviso sono eventi molto rari che possono scatenarsi per una combinazione di vari fattori:
– grande voglia di vivere, magari non per se stessi ma per gli altri, che può portare a un forte effetto placebo
– diagnosi sbagliate, in cui il problema potrebbe essere giudicato più grave di quello che è realmente
– interruzione dell’assunzione di qualcosa che ha scatenato il problema
– assunzione di qualcosa di benefico, fossero anche soltanto vitamine
In generale se qualcuno che conoscete sta cercando di guarire anche con la preghiera lasciatelo fare, nella peggiore delle ipotesi sarà inutile, nella migliore potrebbe aiutare.

Il mio punto di vista

Non vi saltasse in mente di prendere per oro colato il mio parere, che deriva solo dalla mia esperienza durante la progettazione dell’erp per un reparto di oncologia, dalla malattia di mia madre e da qualche ricerca sul web. (Per fortuna) non sono un medico, una categoria che reputo veramente troppo lontana dalla scienza, e che almeno nel mio caso si è spesso rivelata inetta. Generalmente prescrivono ai malati o quello che vogliono gli sventurati, ciò che hanno letto nei libri (chissà quanti anni prima) o quello che gli è stato detto dai rappresentanti di turno (ovvero dalle case farmaceutiche). Mi considero però un buon analista, e adoro studiare i problemi per cercare di risolverli.

I tumori ci sono sempre stati. Un tempo non erano diagnosticati, la gente si ammalava (anche inconsapevolmente) e guariva, o moriva di “malaccio” o di “dioceguarde”. Ultimamente sembrano essercene di più, ma forse solo perché la popolazione è in costante aumento e perché i tumori non passano più inosservati. A mio avviso stiamo avvelenando il pianeta in maniera vergognosa, e mettiamo in circolo sempre più sostanze di cui non si conoscono gli effetti a lungo termine, men che meno combinati tra loro. Generalmente i tumori sembra abbiano un’incidenza maggiore nelle città molto inquinate, nelle vicinanze degli inceneritori (per favore non chiamateli termovalorizzatori) e nelle campagne fortemente coltivate.
Temo che i pesticidi utilizzati nella viticoltura e non solo, combinati tra loro e poi respirati e assunti con i cibi o con l’acqua proveniente dalle falde acquifere inquinate siano a dir poco devastanti. Un bel thriller sull’argomento: Micheal Clayton. Le polveri sottili generate da combustioni a temperature sempre più alte (inceneritori/fabbriche/marmitte dei mezzi di trasporto), non sono da meno.

In sintesi: triste a chi tocca.
Lo sventurato dovrebbe secondo me per prima cosa cercare di vivere di più invece di preoccuparsi di non morire, e questa cosa vale per tutti, non solo per chi è malato di tumore («vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora»).
Chi ha voglia di lottare un po’ per allungare la propria esistenza può provare con i digiuni programmati, dieta sana con poca carne e molte verdure crude, con l’assunzione di forti antiossidanti, molte vitamine, aria buona e un po’ di attività fisica tranquilla. Delle attuali cure canoniche l’unica che per me ha senso è la chirurgia, il resto è un tirare a indovinare.
Finché non ci saranno rimedi di sicura efficacia l’unica cosa che possiamo fare e cercare di irrobustire l’organismo per aiutarlo in questa difficile battaglia… non possiamo colpire il nemico né mandare i rinforzi, ma nessuno ci impedisce di rendere il campo di battaglia più adatto alle nostre truppe e di rinforzare il nostro esercito. Buon senso, niente di più.

Un primo buon proposito per l’anno che verrà: meno Facebook

Stamattina mi sono svegliato e dopo aver “consultato” Facebook sul mio smartphone ho fatto una cosa che non avevo mai osato fare prima: mi sono disconnesso dall’app.

fb-login

Non so voi ma a me tutta quella gente che scorre Facebook ogni momento da fastidio, specialmente quando sono in compagnia; anche se in misura minore il problema riguarda pure me, quindi da oggi a ogni consultazione seguirà un logout. Magari così l’utilizzo di uno strumento molto utile diventerà un po’ meno compulsivo e alienante.

Buon Navale

Il json-schema: forse non una gran soluzione ma a volte può tornare utile

Sono consapevole che documentare e validare i dati anziché la sorgente che li genera potrebbe non essere l’approccio migliore, di recente mi è però capitato di dover mettere in piedi un backend “estremamente lean” (eufemismo per dire che è tutto basato su un file json), e generare un json-schema per verificarne la correttezza mi è sembrato doveroso…

Ma facciamo un passo indietro: l’applicazione mobile “backend-free”

A tutti quelli che fanno questo mestiere prima o poi vengono idee su possibili applicazioni web/mobile da sviluppare per esigenze personali, come progetto di studio o ancora meglio perché vogliamo vedere se la cosa può prendere campo, ma il tempo libero è poco e lo sviluppo di front-end e back-end può significare una mole di lavoro tale da farci lasciar perdere. Ci sono però casi in cui i dati sono pochi e non troppo preziosi, al che mettere inizialmente un file json su una cartella web può essere sufficiente.
Una soluzione che mi è sembrata molto comoda almeno nella fase di “sondaggio del mercato” è quella di copiare il/i file json su una cartella Dropbox, copiarne il link e utilizzare quello come url del nostro “servizio web dei poveri”. Nota: se utilizzate Dropbox è necessario che l’url sia nella forma https://dl.dropbox.com/..., se al posto del “dl” lasciate “www” al vostro client arriva non il file json ma la pagina html di visualizzazione di Dropbox.
Se Dropbox non vi piace di alternative simili ce ne sono tante, oppure se avete uno spazio web potete usare quello, a me però piace Dropbox anche perché non ho limiti di traffico, posso gestire i dati in vari modi, e il rischio che il server “vada giù” è praticamente nullo.
Detto che una soluzione del genere può andar bene soltanto se l’idea che qualcuno vi copi tutti i dati non vi spaventa, la scomodità maggiore è la totale mancanza di qualcosa che vi faciliti nell’inserimento e la manutenzione dei dati, cosa che può portare a inserire dati in un formato non corretto con inevitabili malfunzionamenti sulla vostra applicazione client. Ecco quindi che entra in scena il json-schema.

Il json-schema, sempre di json si tratta

Iniziamo con il dire che così come l’xml-schema è un xml, il json-schema è un json, e allo stesso modo compilarlo è una scocciatura. Il sito web di riferimento per i json-schema è json-schema.org, sito bruttarello ma pieno di risorse.

Sebbene l’idea di scrivere prima o poi uno schema ce l’avessi avuta fin dall’inizio, mi sono ritrovato a farlo soltanto quando la struttura dati era più o meno formata (seppur con dati mock). Mettersi a scrivere lo schema tenendo di fianco i dati è abbastanza noioso e non è nemmeno facile, infatti sono arrivato a un punto che il linter mi segnalava lo schema come non valido e non sapevo il perché.

Alla fine l’approccio che ho seguito è stato il seguente:

  1. scrittura di un json con almeno qualche elemento completo, così da avere dei dati con tutti i casi particolari
  2. generazione dello schema utilizzando un servizio come jsonschema.net; l’importante è che venga fuori una struttura “abbastanza aderente” a quello che avete in mente
  3. pulizia dello schema dagli artefatti inutili e copia in un linter come jsonschemalint.com insieme ai dati
  4. rifinitura dei dettagli relativi ai tipi, gestioni dei valori null, eventuali regex sulle stringhe; descrizioni sui campi meno chiari
  5. eventuali modifiche ai dati per rendere la struttura più uniforme
  6. se serve che qualcuno poco familiare con il formato json “capisca” i dati può essere utile generarsi una documentazione a partire dallo schema, Docson è semplice da usare e da un buon risultato

Qualche dritta sui json-schema

A questo punto è doveroso un esempio riepilogativo con quasi tutte le funzionalità che sono servite a me, così almeno sapete a cosa andrete incontro…

{
  "data": "2015-12-03T00:00:00",
  "lista": [
    {
      "id": 1,
      "nome": "Articolo 1",
      "email": null,
      "tipo": "tipo1",
      "classe": 1,
      "flag": true,
      "figli": [
        {
          "data": "2015-08-16",
          "note": "blablabla"
        }
      ]
    }
  ]
}
{
  "$schema": "http://json-schema.org/draft-04/schema#",
  "description": "Esempio",
  "type": "object",
  "properties": {
    "data": {
      "description": "Data con formato yyyy-MM-ddTHH:mm:ss",
      "type": "string",
      "pattern": "^[0-9]{4}-[0-9]{2}-[0-9]{2}T[0-9]{2}:[0-9]{2}:[0-9]{2}$"
    },
    "lista": {
      "description": "Lista di oggetti",
      "type": "array",
      "items": {
        "type": "object",
        "properties": {
          "id": {
            "description": "Identificatore univoco",
            "type": "integer"
          },
          "nome": {
            "type": "string"
          },
          "email": {
            "type": ["string", "null"],
            "format": "email"
          },
          "tipo": {
            "description": "Tipologia a scelta tra tre valori",
            "type": "string",
            "enum": ["tipo1", "tipo2", "tipo3"]
          },
          "classe": {
            "description": "Classe con valore numerico da 1 a 5",
            "type": "integer",
            "minimum": 1,
            "maximum": 4,
            "exclusiveMinimum": false,
            "exclusiveMaximum": false
          },
          "flag": {
            "description": "Flag booleano",
            "type": "boolean"
          },
          "figli": {
            "description": "Elenco di oggetti figli",
            "type": "array",
            "minItems": 1,
            "items": {
              "type": "object",
              "properties": {
                "data": {
                  "description": "Data con formato classico yyyy-MM-dd",
                  "type": "string",
                  "format": "date"
                },
                "note": {
                  "type": ["string", "null"]
                }
              },
              "additionalProperties": false,
              "required": ["data"]
            },
            "additionalItems": false
          }
        },
        "additionalProperties": false,
        "required": ["id", "nome", "tipo"]
      },
      "additionalItems": false
    }
  },
  "additionalProperties": false,
  "required": ["data"]
}

Un esempio abbastanza ricco, e che fa capire quanto uno schema possa venire “corposo” anche quando si riferisce a un json quasi insignificante.

  • campo data di primo livello: classica regex definita con l’attributo pattern, in cui però non si possono usare i classici segnaposto \d, \s
  • campo lista di primo livello: array di oggetti, attenzione perché questo è il modo in cui si gestiscono “oggetti uniformi” (caso tipico secondo me), si possono gestire anche oggetti diversi ciascuno in una posizione dell’array
  • campo email di secondo livello: stringa ma che accetta anche valori null, il formato dell’email viene validato con l’attributo format anziché con una regex (altri formati ammessi sono date, time, date-time
  • campo tipo di secondo livello: enum, ovvero stringa ma che può assumere solo determinati valori
  • campo classe di secondo livello: valore intero con limiti max e min

Da notare come il valore null debba essere inserito esplicitamente tra i tipi ammessi nonostante il campo che accetta null non sia specificato nell’elenco dei campi required.

Conclusioni

Come dicevo all’inizio la scrittura di un json-schema secondo me dovrebbe e potrebbe essere evitata definendo e documentando opportunamente le api che generano i dati. In alcuni casi è comunque uno strumento che può tornarci utile: non solo può aiutare nei casi limite come quello di un’applicazione nello stadio iniziale con dati gestiti in modo minimale, ma anche quando i dati sono in possesso di soggetti terzi che non ne hanno particolare cura o che non ci forniscono appropriata documentazione l’idea di generarci uno schema può aiutarci a evitare spiacevoli inconvenienti, anche perché nessuno ci vieta di utilizzarlo nei nostri test di integrazione, per la serie “fidarsi è bene…”.