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Su rifiuti, riciclo e inceneritori

Immagine tratta da “C’era una volta la Terra”, episodio di “C’era una volta l’uomo”

Premessa: non sono del settore, e ho deciso di buttare giù due pensieri sull’argomento solo perché ogni tanto scrivere un temino non fa male, per vedere la nuova versione di WordPress e perché volevo rispondere a dei tizi su Twitter, che come è noto non si presta molto alle conversazioni dettagliate.

Il tweet è questo: https://twitter.com/sebmes/status/1148574456438231041
Si parla dell’impossibilità di risolvere l’emergenza rifiuti di Palermo, che imperversa ormai da tanti anni, e dell’opposizione nella regione alla costruzione di un termovalorizzatore, sinonimo politicamente corretto di inceneritore.

Nota: a Palermo ci “ho vissuto” per più di un mese tra gennaio e marzo 2019, in centro, e ho toccato il problema con mano. Per più di un mese ho fatto la differenziata a casa, cercando di separare tutto per bene e buttando via una/due volte a settimana soltanto l’umido (nei grossi bidoni neri stradali con tutto il resto, per la gioia dei gabbiani); alla fine non sapendo dove buttare plastica, carta e metalli anche questi hanno fatto la stessa fine… ma almeno li ho lasciati separati (speravo di trovare una soluzione negli ultimi giorni ma poi per mancanza di tempo ho evitato giri assurdi). L’idea che mi sono fatto è che alle persone non interessa, non per niente tutte le persone che ho interpellato – giovani e meno giovani – tutte mi hanno invitato a non farmi problemi “tanto va bene uguale”. Per la cronaca una situazione non molto diversa dal punto di vista del menefreghismo l’ho trovata a Edimburgo (ci ho passato due mesi nel 2017), ma lì almeno lungo la strada ogni tanto un contenitore per la differenziata c’era…

A casa mia nelle Marche la raccolta differenziata si è sempre fatta: plastica e carta separate per loro conto e ammucchiate per qualche settimana prima di portarle dove si conveniva, il metallo lo raccoglieva il ferracciaro e l’umido andava nella compostiera, aka “il grasciaro”. Poi piano piano ci si è evoluti e da qualche anno abbiamo persino la raccolta porta a porta. In quest’angolo di mondo quasi tutti i paesi stanno nell’intorno del 70% di differenziata, e in alcuni comuni virtuosi si fa anche di meglio. I dati relativi al mio paese si possono consultare qui.
Sarà che da piccolo mi rimase impressa questa puntata di C’era una volta l’uomo ma a me l’idea di vivere in mezzo all’immondizia ha sempre spaventato (quella puntata finiva con gli stati che si tiravano i rifiuti a vicenda perché non si sapeva più dove buttarli…).

Inceneritori e rischi per la salute

Quello degli inceneritori è un argomento controverso. Secondo alcuni sono fabbriche di morte perché disperdono nell’aria una gran quantità di micro-nano-pico o non so cosa polveri, per altri sono l’invenzione del secolo perché permettono di recuperare energia da materiale totalmente inutile ed emettono soltanto aria pulita.
Per quanto mi riguarda la verità sta da qualche parte a metà strada, e ci sta che in un paese ci siano degli inceneritori, a patto che siano sotto controllo statale, che si paghi per portarci i rifiuti e che siano costruiti con le ultime tecnologie e il più possibile lontani da centri abitati.

Studi ne sono stati fatti tanti qui ad esempio uno commissionato dal Comune di Pisa in cui si rilevano potenziali rischi per la salute anche se con numeri statisticamente non significativi, anche se “le mamme” chiaramente non vogliono saperne di rischi… non a torto secondo me. Tra l’altro mia sorella ha tre figli piccoli e so come ragiona.

Parlando delle polveri a me risulta difficile credere che una volta bruciata una tonnellata di rifiuti resti soltanto una piccola frazione di ceneri, un po’ di energia recuperata, e tanta aria pulita, principalmente perché questa cosa va contro la legge di Lavoisier. Scrivo questa cosa però senza alcuna certezza perché non ho numeri e non ho studiato chimica.

Dulcis in fundo, anche se è un po’ fuori argomento, il controsenso di bruciare ciò che è complesso per ricavarne semplice energia quando quella complessità, che ha richiesto moltissima energia per formarsi, potrebbe essere riutilizzata con un cambiamento di forma minimo e dispendio di energia minimo. Non fa male ricordare che viviamo in un mondo quasi completamente isolato (a parte l’irradiazione solare) e con risorse finite, e sarebbe bene aver cura di ciò che ci passa per le mani.

L’assurdità degli incentivi pubblici agli inceneritori privati

Ricordo un’inchiesta di Report in cui si sottolineava come il giro di soldi attorno all’incenerimento dei rifiuti era la più grande zavorra alla gestione intelligente dei rifiuti, ovvero la raccolta differenziata con conseguente riciclo.

UOMO 1
Se bruci qualcosa incenerisci. Poi, lo vuoi chiamare termovalorizzatore, termo…come c…o ti
pare però è sempre un inceneritore.

UOMO 2
Logicamente che interesse c’è a riciclare quando poi lo Stato finanzia privati con i soldi pubblici
per incenerire i rifiuti?

https://www.report.rai.it/dl/docs/1317375313971oro_di_roma_pdf.pdf (il filmato purtroppo credo non sia più disponibile)

A distanza di tanti anni i problemi di Roma non sono stati risolti e al contrario sono divampati in estate come succede più o meno tutti gli anni: https://www.nextquotidiano.it/rifiuti-roma-report/
Inutile sorprendersi visto che gli attori in gioco non hanno alcun interesse (economico) a risolverli.

Conclusioni

Non sono un giornalista, e stando tutto il giorno davanti al computer non me ne va di passarci troppe ore anche prima di andare a letto. Concludo con i “miei due centesimi” su quello che è un problema complesso e che troppe volte si cerca di risolvere con soluzioni sbrigative.

In natura i rifiuti non esistono, tutto ciò che è rifiuto per un anello della catena è un’utile risorsa per un altro. Una volta nemmeno l’umanità ne produceva tanti, perché si cercava di riutilizzare tutto il più possibile, mentre da qualche decina d’anni si è incominciato a produrre una quantità immonda di scarti e non si prova più nemmeno a riutilizzarli perché con “il benessere” non ha senso perdere tempo per cercare di recuperare tutto, meglio buttare ciò che non serve…

Il problema dei rifiuti si risolve con tanti piccoli accorgimenti quotidiani di ciascuno di noi:

  1. se una cosa può servire non va buttata, se è riparabile va riparata, se non serve più ma a qualcun altro può servire bisogna venderla/regalarla, così da allungare la vita dei prodotti
  2. differenziare, sempre e comunque, perché è un comportamento dal basso che può spingere le amministrazioni a far sì che i rifiuti differenziati siano raccolti separatamente e riciclati
  3. se proprio fare la differenziata non ha senso o non è possibile per mancanza di spazio, conviene comunque separare l’umido ammucchiando tutto il resto insieme, perché l’unica cosa che puzza dopo pochi giorni è l’umido
  4. raccolta porta a porta o centralizzata (con incentivi alla popolazione) poco importa: bisogna spingere affinché le amministrazioni si occupino di far riciclare tutto il possibile
  5. acquistare le merci che hanno meno imballaggi (magari lasciandoli in negozio se superflui)
  6. bisogna scegliere le merci i cui imballaggi residui sono più facilmente riciclabili
  7. evitare l’utilizzo di ogni usa e getta non biodegradabili (sperando che vengano tutti resi illegali prima o poi)

Ci può stare che la parte residua venga bruciata per recuperare energia, ma producendone pochi quest’esigenza viene meno e potenzialmente si può anche decidere di lasciarli in discarica… la bellezza della scelta.

Postscritto

Visto che su Twitter sono arrivate altre critiche, rispondo anche a queste.

  1. “non statisticamente significativo” non vuol dire “piccolo” vuol dire che non c’è: nì, perché con la statistica si può dimostrare tutto e il contrario di tutto (un po’ l’ho anche studiata), dipende chi conduce la ricerca e come interpreta i dati. In fatto di salute bisogna sempre usare cautela, e sparare in cielo “aria arricchita” non è certo che non possa far ammalare qualcuno, questa cosa è in permanente corso di verifica.
  2. i “non sono un esperto ma non credo agli esperti” sono il male della nostra società: vale quello che ho scritto sopra, mi piace pensare che gli esperti abbiano ragione, e infatti non escludo a priori la costruzione di inceneritori; dico soltanto che dovrebbero essere l’ultima risorsa, per tutti i motivi spiegati. Se non altro ho specificato che non essendo un esperto le cose che ho scritto potrebbero essere minchiate. E comunque non vedo che male c’è ad esprimere un parere su Twitter, boh.
  3. la soluzione passa anche dagli inceneritori: nì. In un mondo giusto non dovrebbe essercene bisogno, ma il nostro non lo è. Essendo in Italia la terrei proprio come ultima carta da giocare anche per evitare quello che è successo a Roma, ovvero il fallimento pilotato della differenziata perché non c’era l’interesse economico a farla funzionare. Riducendo al massimo sprechi e scarti, rendere questi riciclabili e riciclando tutto il possibile, la quantità residua di rifiuti sarebbe talmente bassa che se ne potrebbe fare anche a meno di bruciarla… così magari per usare gli inceneritori che ormai avremo poi potremo chiedere agli altri paesi di mandarci la loro tanto per non sottoalimentarli…

Italia Coast2Coast: Portonovo-Orbetello a piedi in 14 mosse

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Nota per i lettori

Questo è soltanto un breve resoconto scritto una volta tornato a casa e senza grandi pretese, se non quella di un ausilio alla mia memoria quando comincerò a dimenticarmi i dettagli. È anche un modo per raccogliere in un’unica pagina tutte le cartine delle tracce che ho registrato su Wikiloc.
Se avete bisogno di tracce gps accurate per favore scaricatevi quelle di Simone Frignani dal suo sito, perché io non ho fatto altro che seguire le sue accorpando alcune tappe come mi rimaneva più comodo, e a volte ho fatto anche qualche piccolo errore. Vero che ho aggiunto alcune fontanelle e punti di ristoro incontrati lungo il percorso, ma purtroppo non sempre mi sono ricordato di registrarli quindi è una guida tutt’altro che completa.
Se decidete di fare questa traversata in agosto sappiate che in Toscana è difficilissimo trovare posti per dormire senza aver prenotato mesi in anticipo, quindi potreste aver bisogno di una tenda nello zaino e di tanto spirito di adattamento. Io fino all’Umbria ho prenotato sempre dall’ora di pranzo per la sera, e arrivato in Toscana ho iniziato a prenotare con uno/due giorni di anticipo e regolarmi con le tappe di conseguenza. L’eccessiva lunghezza dell’ultima tappa è soltanto figlia del non aver trovato sistemazioni comode a metà strada e della mia notevole resistenza al caldo e alla fatica, ma la sconsiglio sotto il sole di ferragosto e non credo che ripeterei l’esperienza.
Se volete godervi i paesini lungo la strada forse è meglio dividere il cammino in 18 tappe come consigliato dal suo ideatore, io facendolo in quattordici e alzandomi quasi sempre tardi purtroppo attraverso alcuni di questi paesi ci sono passato troppo velocemente o ero troppo stanco per godermeli.

Sull’equipaggiamento

Avevo già un paio di piacevoli esperienze di “camminate lunghe” in compagnia lungo il Cammino di San Benedetto, ma questa è stata la mia prima vera esperienza di cammino, e l’ho fatta da solo.
L’equipaggiamento l’ho preparato tenendo conto di tre fattori: l’essere solo, il non aver prenotato niente e la mia più che discreta resistenza al caldo.

Nello/sullo zaino, un Salewa The Pig 50:

  • tenda monoposto
  • tappetino da palestra arrotolabile
  • sacco lenzuolo in poliestere
  • piccola copertina in pile
  • un bastone da trekking di quelli telescopici
  • scatola di primo pronto soccorso con: acqua ossigenata, qualche pastiglia di tachipirina, cerotti, cerotti per vesciche, steri strip, cerotto a strappo, ghiaccio istantaneo
  • scatola con qualche etto di frutta secca/disidratata
  • due t-shirt tecniche di ricambio, un paio di mutande e uno di boxer (per variare lo sfregamento), tre paia di calzini tecnici, un paio di pantaloncini di poliestere da riposo/ricambio
  • spazzolino e dentifricio, filo interdentale che può sempre tornare utile
  • asciugamani in microfibra, abbastanza grande anche per asciugarsi dopo la doccia
  • un pezzo di sapone di marsiglia per il bucato e, all’occorrenza, per il corpo
  • corda e mollette
  • un paio di Vibram Fivefingers, da usare come scarpe di ricambio e/o da riposo
  • impermeabile, ombrellino e qualche busta di plastica
  • bottiglia di plastica da un litro, riempita a seconda delle tappe

Addosso:

  • scarpe da running Puma Descendant, collaudate ma non troppo usurate (comprate poco più di due anni fa su Amazon a 32€)
  • cappello da pescatore, comodo da mettere in tasca
  • t-shirt tecnica e pantaloni corti con cerniere convertibili lunghi, e tasche laterali
  • libro di Simone Frignani
  • smartphone con le tracce gps di Simone, come software ho usato Wikiloc e GPX Viewer
  • nel portaborraccia: borraccia termica da 0.75 (da riempire a ogni occasione), coltellino e minuscola bussola di emergenza, più un paio di Chupa Chups
  • nel marsupio: macchina fotografica, libro, fazzolettini di carta, cavo caricabatterie e batteria esterna

A conti fatti

Il materassino pieghevole l’ho usato un paio di volte per strada e una volta in tenda ma non lo riporterei, meglio “investire” qualche etto in più per un materassino di quelli autogonfianti così da soffrire meno la notte in tenda.
La macchina fotografica è stato un lusso che ho usato poco, forse bastava il telefono.
Una sera a Sorano ho avuto piuttosto freddo, una felpa leggera avrebbe fatto più comodo della piccola coperta in pile.
Di frutta secca ne ho portata troppa, uno o due etti sono sufficienti ma poi andrebbe usata solo in caso di emergenza.
I medicinali non li ho usati a parte l’acqua ossigenata, ma li riporterei tutti perché viaggiando soli non si può rischiare troppo.
Ho dimenticato di prendere ago e filo e ne ho avuto bisogno.
Il libro sarà che non mi ha preso particolarmente ma non ho avuto mai tempo/voglia di leggerlo, forse anche perché la sera sono stato spesso in compagnia. A conti fatti non so se lo riporterei, in caso forse meglio comprarsi un Kindle.
Non ho preso la protezione solare perché odio metterla, ma forse avrebbe fatto comodo perché mi avrebbe risparmiato una mezza insolazione e quest’abbronzatura da sfigato.
Non ho preso un taglia-unghie perché pensavo non ne avrei avuto bisogno, ma a un certo punto me lo sono fatto prestare da un affittacamere, forse sarebbe bene portarselo.
Non ho preso il deodorante, ma d’altronde l’uomo ha da puzza’.
Considerato che ho viaggiato in estate e senza aver prenotato niente, quindi senza vincoli, forse potevo evitare di portare uno tra l’impermeabile e l’ombrellino. Infatti non li ho usati.

I dubbi più grandi li ho avuti sulle scarpe, ma rifarei la scelta delle scarpe da running. Vesciche minuscole che non mi hanno dato alcun fastidio, e sono andato a velocità impensabili con gli scarponi. Certo ho rischiato qualche distorsione sui terreni più sassosi, e ho aumentato il rischio in caso di incontri ravvicinati con vipere, ma con gli scarponi non sarei arrivato in fondo quindi va bene così.

Le scarpe a fine cammino... arrivato a casa le ho buttate

Le scarpe a fine cammino… arrivato a casa le ho buttate

Per l’acqua mi sono regolato così: sulle tappe lunghe e senza paesini nel mezzo ho cercato di portarmi dietro sempre tutto il carico, quindi 1.75 litri, bevendo prima quella nella bottiglia di plastica (che entrava comunque nel portaborraccia). In caso di dislivelli grandi, di paesini ogni qualche chilometro e/o di tappa fatta prevalentemente di mattina, sono andato con la sola borraccia per risparmiare un chilo di peso.

Sulla preparazione

Mi è sempre piaciuto camminare e quando posso qualche escursione in compagnia la faccio, ma raramente vado sopra i 15km. Due settimane prima di incamminarmi sono andato un paio di volte al lavoro a piedi (17km andata e ritorno) e una volta sul Monte Vettore, e la settimana prima del cammino tutti i giorni al lavoro a piedi. Ho preferito però evitare di passare troppo per uno svitato, quindi al massimo mi sono portato dietro uno zainetto minimale, ben più leggero di quello che ho usato poi sul cammino. Questa cosa l’ho pagata, le prime tappe sono state devastanti per le mie spalle anche a causa dello zaino troppo pesante (10kg e passa) del tutto inadeguato ma che mi piace tanto.
Per piedi e gambe ho usato quasi sempre le scarpe da ginnastica che poi ho usato sul cammino, e una volta le Vibram Fivefingers. Meglio abituarsi a un paio di scarpe e usare sempre quelle, i piedi e i polpacci soffriranno molto meno i dislivelli e lo sforzo dovuto al peso dello zaino.

Le tappe

Premessa: avendo vissuto tutta la vita in zona Jesi conosco bene le prime tappe e non me le sono godute appieno anche per questo motivo.

1) Portonovo – Camerano – Osimo (01/08/2016)


La tappa più brutta, senza forse. Troppi attraversamenti di strade trafficate e paesaggi un po’ troppo urbanizzati.
Ho dormito e cenato a casa di un amico, quindi non ho minimamente studiato la situazione alloggi.

2) Osimo – Filottrano – Appignano (02/08/2016)


Sul guado del Musone confesso di aver imbrogliato accettando il passaggio di un tizio con il trattore che doveva andare dall’altra parte. A Filottrano ho conosciuto il primo coaster, Daniele, camminatore espertissimo ed estremamente preparato che mi ha dato qualche dritta per poi fermarsi a Filottrano.
Bello e difficile il tratto di strada imbrecciata nella Contrada Le Lame, fatta del pomeriggio almeno per me è stato uno dei punti più duri. Avendo avuto la brillante idea di utilizzare le mie Vibram Fivefingers invece delle ben più collaudate Puma Descendant, sono arrivato in fondo con entrambi i polpacci parecchio infiammati sull’esterno.
Ho dormito all’Agriturismo Il Confine: 50€ a mezza pensione, con cena e colazione ottimi e abbondanti a dir poco.

3) Appignano – Treia – San Severino Marche (03/08/2016)


Una delle tappe che mi ha messo più in crisi fisicamente, e non solo a causa della lunghezza. Il tratto di strada prima di arrivare sulla provinciale fatto di pomeriggio è stato tremendo a causa del sole e della mancanza di punti di ristoro, e arrivando a San Severino il colpo di grazia me l’ha dato la salita per arrivare dalle suore. A casa delle suore ho conosciuto Beppe, Luciana e Grazia, camminatori di lunga data.
Ho dormito e cenato all’Istituto delle suore convittrici: 38€ a mezza pensione. Le suore seppur in due e con calcolatrice “si sono confuse” con il resto e mi hanno fregato due euro.

4) San Severino Marche – Pioraco (04/08/2016)


Tappa fatta parzialmente con Beppe, Luciana e Grazia, ritrovati per strada in tarda mattinata… ma poi ci siamo lasciati per vari motivi. Prima di Seppio mi sono perso anche il bastone da trekking che avevo “fissato” allo zaino, e il barista di Seppio mi ride ancora dietro. Subito dopo ho trovato un bel bastone di legno, che opportunamente sistemato con il coltellino si è rivelato un ottimo sostituto. A cena nell’albergo di Pioraco ho conosciuto i due fratelli professori Francesco e Silvia, e poi mi sono dimenticato il cavo caricabatterie in camera…
Ho dormito e cenato all’Hotel Il Giardino: 50€ a mezza pensione, ancora trattato da re con cena e colazione assolutamente eccellenti.

5) Pioraco – Nocera Umbra (05/08/2016)


La tappa, fatta insieme a Grazia, Francesco e Silvia, non sarebbe stata nemmeno troppo difficile, ma credo di essere partito con qualche linea di febbre perché per tutta il giorno sono stato stanchissimo e una volta arrivato a Nocera Umbra mi sono ritrovato sopra ai 38°. La mattina dopo stavo già bene, ma considerato che quel giorno ha fatto il diluvio e la tappa per Assisi sarebbe stata la più difficile, ne ho approfittato per riposare e modificare lo zaino che mi stava sfasciando le spalle. Nel frattempo il buon Jacopo mi ha riportato il cavo dimenticato a Pioraco, e a cena ho conosciuto altri ragazzi, tra cui Emanuele e Claire.
Ho dormito entrambe le notti all’Albergo Europa: 30€ a notte con colazione. Padrone molto gentile, mi ha regalato un asciugamani e un set da cucito per foderare gli spallacci dello zaino.

6) Nocera Umbra – Assisi (07/08/2016)


Forse la tappa con il terreno più vario e difficile, fatta dopo un giorno di pioggia torrenziale non è stata proprio semplice con le mie scarpe da running. Ho rotto quasi subito il mio bastone di legno, ma seppur troppo corto si è rivelato ancora utile e ho continuato a usarlo. A Costa di Trex mi sono ritrovato in una sagra di paese, in cui ho re-incontrato Emanuele e Claire, conosciuti la sera precedente, e con cui ho concluso la tappa. Ad Assisi abbiamo cenato insieme noi tre, Daniele e Jacopo.
Ho dormito all’Ostello della Pace: 18€ con colazione. Economico ma il riposo non è stato dei migliori.

7) Assisi – Bevagna – Gualdo Cattaneo – Marcellano (08/08/2016)


Assisi splendida, Gualdo Cattaneo piccolo ma incantevole, tappa tosta a causa dei dislivelli solo dopo Bevagna
Ho dormito all’Agriturismo Il Cavaliere: 40€ a mezza pensione. Cena eccellente, padroni simpatici e gentilissimi, nota di merito per la signora Umbra che mi ha fatto sentire come a casa.

8) Marcellano – Todi – Acqualoreto (09/08/2016)


A inizio tappa mi sono reincontrato con Daniele, che però si stava fermando perché aveva cominciato da due ore, l’ho reincontrato a Todi insieme a Jacopo, ma ho deciso di proseguire per Acqualoreto. Tappa abbastanza stancante, specialmente l’ultimo tratto.
Purtroppo l’affittacamere che mi aveva detto di non preoccuparmi perché all’occorrenza mi avrebbe dato una camera si è eclissato, e la signora dell’agriturismo che aveva detto mi avrebbe lasciato mettere giù la tenda poi ci ha ripensato.
Ho dormito in tenda avanti a una casa disabitata.

9) Acqualoreto – Civitella del Lago – Corbara – Orvieto Scalo (10/08/2016)


Tappa semplicissima e abbastanza monotona, resa interessante solo dal passaggio vicino al lago e alla diga. La parte tra Corbara e Orvieto Scalo è stata di una noia mortale e con poca ombra, senza alcun tipo di ristoro a parte un agriturismo a metà strada che però al mio passaggio aveva già chiuso la cucina. Sono stato attaccato da un Ufo, forse solo un tafano gigante, che mi ha colpito a una gamba lasciandomi una ferita degna di un pugnale.
Ho dormito all’Albergo New Etruria: 47,30€ con colazione.

10) Orvieto Scalo – Orvieto – Bolsena – San Lorenzo Nuovo (11/08/2016)


L’ingresso a Orvieto l’ho fatto con la funicolare come consigliato nella guida, me ne sono accorto soltanto una volta arrivato sin lì seguendo la traccia gps e non me la sono sentita di andare a piedi.
A pochi chilometri da Bolsena ho ripreso Beppe, Luciana e Grazia, e insieme abbiamo percorso il tratto di trada fino a Bolsena, poi ho proseguito da solo.
Ho dormito al B&B Predio San Fernando di Acquapendente: 40,50€ con colazione. Sono arrivato a Acquapendente, in parte camminando e in parte facendo l’autostop, perché a San Lorenzo Nuovo non ho trovato posti economici per dormire, quindi i chilometri sono trentacinque abbondanti. Il passaggio me l’ha dato una famigliola eritrea, gli italiani naturalmente mi hanno ignorato.

11) San Lorenzo Nuovo – Grotte di Castro – Onano – San Quirico – Sorano (12/08/2016)


Il ritorno da Acquapendente me lo sono fatto a piedi perché l’autostop in assenza della famiglia eritrea di cui sopra non ha funzionato, e il bus non si vedeva. Quindi i km totali sono 37 circa. Notevolissimo l’ingresso nella valle del tufo, il passare di paesino in paesino ha reso la tappa piuttosto semplice.
Ho dormito all’Affittacamere San Marco: 35€ per il solo letto.

12) Sorano – Sovana – Pitigliano (13/08/2016)


Bellissima l’uscita da Sorano attraverso la via cava di San Rocco. Ho visto passare Marco, Daniela e Michele, incontrati poi la sera a Pitigliano insieme a Dario e Pietro.
Notevole anche il passaggio attraverso la Fattoria Aldobrandesca, più di mezz’ora a camminare sul fondo di una vigna.
Dopo Sovana, in cui mi sono ritrovato un caffé offerto dalla proprietaria del bar Simona, ho visto un totale disinteresse verso noi camminatori. L’alta stagione e l’inondazione di turismo della Toscana sicuramente non ha aiutato. Bello anche l’ingresso a Pitigliano, ma meno della via cava di Sorano.
Ho dormito all’Albergo Guastini: 40€ per il solo letto.

13) Pitigliano – Manciano (14/08/2016)


Questa tappa me la ricorderò principalmente per il quasi tuffo che per poco non ho fatto guadando il torrente, perché ho provato a filmare l’ultima parte (più facile) e per poco non mi sbilancio e cado all’indietro. Poi ho iniziato a tirare abbestia per riprendere Marco, Michele e Daniela che erano partiti un’ora e mezza prima di me, e per un bel tratto ho anche tenuto dietro due cavalli tenendo un passo di 6 km/h, che non sono pochi considerando lo zaino, il caldo e i dislivelli.
Ho dormito all’Hotel Miravalle: 45€ per il solo letto.

14) Manciano – Capalbio – Ansedonia – Le Miniere – Orbetello Scalo (15/08/2016)


Tra Manciano e Capalbio mi sono incontrato nuovamente e per l’ultima volta con il trio sopra, e abbiamo camminato per un po’ insieme, finché notando un rallentamento e avendo bisogno di tenere il passo per arrivare presto e potermi riposare li ho lasciati. In teoria avevo trovato un posto in un camping dalle parti di Ansedonia, e dopo aver riposato e mangiato un po’ a Capalbio e essermi fatto una chiacchierata con un vecchio di paese e un altro coaster su due ruote, sono ripartito verso le 14:15 per arrivare ad Ansedonia e in caso proseguire. Nel passaggio in zona di caccia al cinghiale ho notato moltissime tracce del maiale setoloso, ma fortunatamente nessun avvistamento. Il caldo assurdo mi ha fatto venire più di un dubbio, ma arrivato ad Ansedonia ho deciso di provare a concludere cercando di prendere il treno delle 21:45 per Roma da Orbetello. Poco più di un’ora sull’interminabile e un po’ noioso “Tombolo”, breve passaggio sull’Argentario, foto di rito al tramonto a Orbetello, barcollamenti vari per un’altra ora abbondante verso la stazione di Orbetello Scalo e poi via verso Roma.
Ho dormito in un albergo vicino alla stazione Roma Termini.

Tana!

Tana!

Su Dio, fede e religione

L’argomento è spinoso e ci ho sempre riflettuto molto, ma in questi ultimi giorni l’ho fatto anche più del solito e mi è venuta voglia di condensare il mio pensiero in qualche riga, anche per chiarirmi le idee.

Da che ho memoria quello che hanno cercato di insegnarmi a casa e al catechismo su Dio, Gesù e compagnia bella non mi ha mai convinto del tutto. Ho sempre cercato di rimanere aperto di mente e di riflettere su questi temi, senza dogmi di nessun tipo, continuando ad andare a prendere tutti i sacramenti fino alla cresima per far contenti la mia famiglia e il mio primo parroco, e ho continuato ad andare a messa per qualche anno anche dopo sempre per non dar dispiacere a casa. Questo lungo percorso non ha mai portato i risultati che speravano i miei familiari e il mio scetticismo sulle argomentazioni cattoliche non ha fatto che aumentare nel tempo.

Mistero della fede

A messa lo dicono sempre, e a me suona quasi come una presa in giro. Ti insegnano fin da piccolo che bisogna credere indipendentemente dalle prove, che San Tommaso si pentì per essere stato scettico, ma non ho mai capito perché.
In un mondo giusto l’onere della prova dovrebbe spettare sempre a chi afferma, e non a chi confuta… ma anche i più grandi teologi quando non sanno dove andare a parare si nascondono dietro ai misteri che la scienza non riesce ancora a spiegare; da un nulla costruiscono tutto un castello di carte su Dio, santi, resurrezioni, assunzioni in cielo, immacolate concezioni e via dicendo, affermando che chi nega dovrebbe fornire delle prove.
piccione
Ma lasciamo per un momento da parte la logica; è vero che tutte queste cose in linea di principio e ignorando tutte le leggi fisiche che conosciamo (dimostrate e non confutabili, almeno in questo sistema che chiamiamo universo) potrebbero essere vere, e magari in qualche universo parallelo lo sono pure, ma non mi entrerà mai in testa il motivo per cui dovremmo dedicare una parte infinitesimale della nostra esistenza a credere in esse o peggio ancora a venerare ipotetici dèi.
Dicono che il pastafarianesimo sia una presa in giro; effettivamente Bobby Henderson si è inventato tutto così, per scherzo, ma la cosa più divertente è che ha utilizzato le stesse strategie usate nelle altre religioni. Stiamo parlando di supposizioni, ma se per ipotesi le idiozie sul pastafarianesimo continuassero a prendere campo e se fra qualche generazione i fedeli pastafariani dimenticassero le vere origini della loro religione, fra qualche secolo potremmo ritrovarci con un’altra religione monoteista al pari del cristianesimo e dell’islam. Per carità, non che questo sarebbe un grosso problema, visto che è una religione senza vincoli e basata sul “volemoce be’”.
cpi-fsm

Paradiso : Carota = Inferno : Bastone

Lasciamo da parte il cattolicesimo per un momento; non sono un esperto ma credo che più o meno in tutte le religioni si prospetti un qualche tipo di ricompensa nell’aldilà per chi si comporta secondo i dettami e di una punizione per chi in vita non ha seguito le regole… il punto è: siamo asini che per muoverci in una certa direzione abbiamo bisogno del bastone e della carota? Non dovrebbe bastare un po’ di etica e di buon senso?
Più di una volta mamma mi ha ripreso dicendomi che in qualcosa bisogna pur credere. Assurdo, perché poi se dici di credere in Babbo Natale o in un mostro volante fatto di spaghetti ti prendono per scemo.
Credo di essere stato cresciuto abbastanza bene da poter discernere tra ciò che posso fare e ciò che dovrei evitare, senza pensare a tavole della legge o a mondi ultraterreni.
Se tutti seguissimo le semplici leggi del “vivi e lascia vivere”, del “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” e del suo duale “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” saremmo già a posto.
Non nego che in epoche di ignoranza e credulità diffuse le religioni abbiano avuto un ruolo importante, ciascuna fondata su precetti adatti ai luoghi in cui sono nate, validi per preservare l’ambiente e la salute degli adepti. Continuare però a pensare che senza religioni non possano esserci bravi e onesti cittadini è ingiusto, anche perché spesso è vero il contrario.

Religioni = Onestà, correttezza, giustizia sociale e lieto vivere?

Sarebbe bello se fosse vero, ma purtroppo sembrerebbe vero il contrario. Volevo provare a mettere in relazione la percentuale di credenti/fedeli presenti nei vari paesi con vari indici utilizzando Gapminder, un gioiellino che scoprii qualche anno fa. Tra le miriadi di indicatori utilizzabili i dati relativi alle diffusioni delle varie religioni non sono disponibili, qualcuno sostiene che è preferibile evitare perché dei malintenzionati potrebbero sfruttare alcune correlazioni per perseguire determinate religioni… io temo più che abbiano evitato di gestirle perché altrimenti gli appassionati come me si metterebbero a graficare le magagne delle varie religioni.

Religioni e Gapminder, due mondi che non si sono mai incontrati

Religioni e Gapminder, due mondi che non si sono mai incontrati


Al momento si può soltanto visualizzare con colori differenziati quando una delle maggiori religioni supera il 50% di incidenza, poca roba.

Il cattolicesimo, la confessione, la corruzione

Altra cosa che non capirò mai: perché cavolo un cattolico che si confessa deve potersi considerare purificato dei propri peccati. Un detto piuttosto diffuso in Italia, con varie declinazioni dialettali è “Fai del bene e scordatelo, fai del male e pensaci”, bellissimo, peccato che con la scusa della confessione molte volte la seconda parte venga meno.
Un giorno in una delle mie esperienze da scrutinatore al seggio elettorale ebbi modo di parlare con un carabiniere che era stato parte della scorta di Giulio Andreotti, il quale raccontava di come Il Divo fosse un uomo molto pio e di come andasse sempre a messa, tutti i giorni. Uno degli uomini più potenti e (quasi sicuramente) corrotti della storia italiana era un uomo pio, è un caso isolato?
Guardare delle cartine geografiche colorate a volte aiuta, quindi mi sono andato a cercare due mappe, una con l’indice di corruzione percepita, e una con la percentuale di cattolici nella popolazione. Il perché è presto detto: la corruzione è uno dei quei peccati (a torto) considerati veniali, che si possono facilmente rimuovere dalla coscienza con una bella confessione purificatrice.

Indice della corruzione percepita, 2015

Indice della corruzione percepita, 2015


Percentuale di cattolici nella popolazione, 2010

Percentuale di cattolici nella popolazione, 2010


Ignoriamo l’ex Unione Sovietica, che in ambito religioso è mal censita così come anche l’Africa, continente dai così tanti problemi che è inutile stare a cercarci correlazioni; anche l’Asia non fa testo perché la religione cattolica ad est non ha mai avuto molto peso.
Vero che ognuno vede quello che vuole vedere, e che correlazione non è causalità, ma secondo me osservando i paesi occidentali un minimo di correlazione c’è, specialmente in Europa.
Ho anche l’impressione che la tendenza a pronarsi verso gli uomini di potere – sia in ambito aziendale che politico – sia la stessa che ci porta a inchinarci di fronte a improbabili dèi che potrebbero punirci o premiarci per le nostre azioni…

Vivi e lascia vivere

La mia filosofia di vita e cerco di applicarla sempre, a volte purtroppo senza riuscirci.
Sarebbe un mondo migliore se le persone pensassero di più alle proprie azioni e meno a quelle altrui, e se le leggi fossero scritte per aumentare l’armonia nella società invece che per proibire (specialmente per motivi religiosi) determinati comportamenti che impattano solo sulla sfera privata di chi li compie.
Io non ho mai avuto niente contro chi crede fermamente in qualche Dio o verso chi è convinto della sua non esistenza (anche l’ateismo è una religione a mio avviso), ma mi manda fuori di testa il loro tentativo di farti passare per una cattiva persona se non la pensi come loro.

Sì (con riserva) alla fede, no (deciso) alle religioni

Il punto che mi sta più a cuore: il perché secondo me non ha alcun senso essere credenti praticanti.
Di religioni ce ne sono (e ce ne sono state) innumerevoli, principalmente perché siamo attaccati alla nostra vita come zecche a un cane, e non vogliamo lasciarla nemmeno dopo morti. Poggiano su basi a volte simili a volte completamente diverse, ma i rispettivi fedeli sono tutti convinti di essere nel giusto, e pensano che le altre religioni siano fasulle.
Fare classifiche non serve, per me sbagliano tutte in egual misura. E non parlo dell’esistenza di un Dio creatore, io mi considero più agnostico che ateo, e non mi sento di escluderlo a prescindere.

Caso 1: Dio non esiste

Partiamo dal caso più semplice: se Dio non esiste (intendo nessun Dio) inutile pregarlo, fare offerte, costruire templi e così via.
mother-earth
Il caso più probabile a mio avviso. Dio è una combinazione di eventi naturali, istinto di autoconservazione umano, fortuna. Quello che dovremmo fare è avere più cura del nostro pianeta, essere meno egoisti e favorire di più la fortuna facendo maggiormente ciò che ci piace. Niente preghiere, niente templi.

Caso 2: Dio esiste ma non è quello che pensiamo e ignora la nostra esistenza

Qui il discorso inizia a farsi più interessante. Il nostro “sistema universo” ha avuto il via non si sa bene come, e non possiamo escludere un “intervento esterno”.
L’universo potrebbe essere un qualcosa di insignificante all’interno di un sistema più grande, nato per sbaglio o per gioco o per esperimento.
simpson-genesis-tub
Potenzialmente potremmo anche essere una “simulazione” al computer, come un enorme The Sims o come la realtà simulata di quel capolavoro di film che è Il tredicesimo piano.
In tal caso il nostro creatore non avrebbe niente di realmente divino, e quasi sicuramente non avrebbe idea della nostra esistenza, e se anche ne fosse consapevole non gliene fregherebbe niente di noi o non avrebbe quel potere che pensiamo.
Anche in questo caso inutile pregarlo, fare offerte, costruire templi e così via.

Caso 3: Dio esiste, è consapevole della nostra esistenza, ed è un Dio saggio e benevolo

Ok, i fedeli di alcune religioni hanno ragione, lode a loro. Tralasciamo il fatto che non si sa qual è questo Dio giusto (o ce ne sono di più?) il problema vero è: data la sua saggezza, che bisogno c’è di leccargli il culo? Non basterebbe comportarsi equamente, aiutare chi è in difficoltà, ringraziarlo tra sé e sé quando “la fortuna” ci aiuta?
god-good
Essendo tanto saggio e tanto superiore a noi probabilmente ignorerà le nostre preghiere e cercherà di trattarci tutti equamente in base alle nostre azioni, ma non è da escludere che il nostro servilismo gli dia noia. Tra l’altro se io fossi onnisciente e dovessi giudicare la vita dei miei fedeli per decidere chi salvare e chi dannare darei priorità a chi si è comportato rettamente senza pensare a possibili premi nell’aldilà.
Anche in questo caso dunque inutile pregarlo, fare offerte, costruire templi e così via.

Caso 4: Dio esiste, è consapevole della nostra esistenza, ma è un Dio iniquo e bizzoso

Il caso peggiore. Se fossimo giusti dovremmo fregarcene di Dio, comportandoci sempre in modo giusto senza perdere tempo in avvilenti preghiere e genuflessioni, e facendo la carità nei confronti dei più bisognosi, e non per la costruzione di templi o per stipendiare il clero.
god-mean
Per quanto mi riguarda non sono proprio il tipo che si inchina al capo solo perché è il capo. Ovviamente siamo tenuti a fare il nostro lavoro nel miglior modo possibile. Va bene anche un saluto di riverenza nei confronti di chi direttamente o indirettamente ci dà da mangiare, ma oltre quello non si dovrebbe mai andare.
Non so voi ma io non sono il tipo che venera i potenti, al massimo li stimo e li seguo se li reputo autorevoli.
Anche in questo caso non vedo perché lasciarsi andare in preghiere e costruzione di templi.

In sintesi

Ognuno faccia come meglio crede, evitando però di disturbare (o peggio) le vite altrui. In un mondo in cui gran parte degli eventi naturali erano inspiegabili le religioni purtroppo erano inevitabili e in certi casi anche utili, ma ormai sarebbe meglio evitare di farci condizionare troppo da ipotesi fantasiose e non dimostrabili.
Non dovremmo mai dire che la giustizia è dell’altro mondo né tutte quelle cavolate sulle beatitudini dell’aldilà, che servono solo a far stare al loro posto gli strati più bassi della società. Se non vi piace la vostra vita fate qualcosa per cambiarla, possibilmente senza danneggiare gli altri non per paura di punizioni divine ma per quell’empatia che dovrebbe essere propria di ciascun essere umano.

Su tumori, oncologia, cure alternative e miracoli

Scrivo questo articoletto perché negli ultimi tre anni mi sono fatto una discreta cultura sull’argomento, e so per certo che gli sventurati a cui tocca quello che è capitato a mamma e i loro familiari ci diventano matti per trovare una soluzione… che purtroppo ancora non sembra esserci.
Tumore (neoplasia) al pancreas, una sentenza. Lo si può dire in modi più o meno carini, il punto è che non lascia scampo, e indipendentemente dalle cure che si fanno la mortalità tende al 100% come ci si avvicina ai cinque anni dalla diagnosi, e in pochissimi arrivano a tre. Mamma non ci è arrivata per poco.

Stato attuale dell’oncologia

Nel 2013 ho passato molti mesi a studiare il funzionamento di ospedali e reparti per modellare i dati e gettare le basi di un software gestionale ospedaliero, e mi sono occupato in particolare di oncologia. Dopo molto studio e alcune interviste con medici e infermieri, quando il tutto cominciava ad essere piuttosto corposo, il progetto mi è stato tolto di mano; l’esperienza è stata comunque interessante e ho imparato molto, soprattutto su come “funziona” l’oncologia e sul come vengano “studiati” i protocolli di cura.

Purtroppo l’oncologia brancola ancora nel buio; i protocolli di cura vengono elaborati mescolando veleni chemioterapici più o meno a caso, e per valutarne l’efficacia si usano i malati come cavie aumentando le dosi di un veleno o dell’altro facendo delle statistiche sulla “durata” dei pazienti in base alle varie ricette.
È noto che i principi attivi di quasi tutti i farmaci anche quando assunti singolarmente possono avere effetti molto diversi da un soggetto all’altro, l’idea di mischiare tante di queste cose sperando di centrare l’obiettivo è quindi abbastanza assurda. Utilizzando questi veleni gli unici risultati certi sono gli enormi profitti delle case farmaceutiche, i costi del Servizio Sanitario Nazionale, e la distruzione dell’organismo delle povere cavie, le quali si ritrovano ad avere tutti i problemi di salute possibili immaginabili. Naturalmente i medici ben si guardano dallo studiare le novità nel campo della loro medicina, e continuano a lottare contro un nemico sempre più agguerrito utilizzando armi di provata inefficacia… da capire se spinti dalle case farmaceutiche o dalla loro inettitudine.

Mamma le ha provate tutte, prima la chirurgia e poi ogni genere di chemioterapia e radioterapia che le hanno prescritto al reparto di oncologia. Ha dimostrato una resistenza fuori dal comune e fino all’ultimo ha cercato di “sembrare in salute”, per poi schiantarsi di botto nell’ultimo mese fiaccata dal male e dai continui avvelenamenti. È brutto da dire, ma il suo organismo era così impregnato di tutte quelle schifezze che il suo corpo dopo morta si è anche sformato a grande velocità.
Affermano che le chemioterapie con il passare del tempo stiano aumentando di efficacia perché i malati generalmente vivono più a lungo, nessuno fa notare però che la diagnosi è sempre più precoce e che quindi l’inizio della malattia viene sempre di più “anticipato”; inoltre da qualche tempo i malati vengono indirizzati su percorsi di corretta alimentazione e stili di vita sani.
Chi commercializza e chi propugna le attuali “cure ufficiali” basandosi solo su statistiche abbastanza fasulle dovrebbe essere denunciato per crimini contro l’umanità. Mentire con le statistiche, gran bel libro che consiglio a tutti e che dopo qualche anno forse dovrei rileggere.

Io all’inizio ho cercato di dissuaderla dal percorrere questa strada, ma poi ho rinunciato anche perché convincerla dell’inutilità avrebbe significato annullare anche il possibile effetto placebo.

Le alternative

A mio avviso non ce ne sono di valide. Secondo me finché le case farmaceutiche non capiranno come possono essere fermati i tumori (sempre che non lo sappiano già) si può solo sperare.
Di più o meno certo c’è che l’organismo umano ha un’enorme capacità di guarigione, e spesso tutte le cure alternative si basano sul cercare di spronare l’organismo a dare il meglio di se… l’esatto contrario di quello che fa la chemio.

Digiuni programmati

Da più di una fonte avevo sentito di come dei digiuni intermittenti e non troppo prolungati aiutino l’organismo a ripulirsi, poi lessi che questi digiuni aumentano l’efficacia delle chemioterapie. Secondo me aiutano la chemio solo perché aiuterebbero in ogni caso, e perciò anche gli sventurati che decidono di fare le chemio, ma questa è solo una mia opinione. Di certo c’è solo che i più dei medici ignorano questa cosa, e se gliela dici ti prendono per scemo.

L’aloe

Sinceramente su questo fronte non ci ho capito molto, so solo che a casa mia negli ultimi due anni sono arrivate alcune piante di Aloe, che secondo alcuni ha molte proprietà benefiche e c’è chi lo usa per curare il cancro. Ovviamente l’Airc non è molto favorevole a riguardo.

“Rimedio Pantellini”, l’ascorbato di potassio

Questo Pantellini scopri la sua “cura” per caso, perché un malato terminale non aveva capito cosa il medico gli aveva prescritto per alleviare i suoi dolori.
La preparazione di questo rimedio è piuttosto semplice, ma volendo esiste in commercio il Nike RCK un integratore fatto esattamente in quel modo (non a caso). Una scatola contiene cento coppie di bustine, e cento giorni di “terapia” costano 50€.
Qui il concetto è che il tutto si riconduce a una forte azione antiossidante, e nessuno lo spaccia per un rimedio antitumorale, ma al massimo come strumento di prevenzione.
Noi ne abbiamo sentito parlare all’ultimo e ci abbiamo provato per qualche settimana, ma era veramente troppo tardi.

Varie ed eventuali

Di cure alternative ce ne sono tante altre, e la prima che mi viene in mente è il Metodo Di Bella.
Sinceramente non so che pensare, credo solo che in alcuni casi si tratti di sciacallaggio, e in altri di reali convinzioni dei loro ideatori, anche corroborate da reali guarigioni. Da capire se queste guarigioni ci sarebbero state in ogni caso.
Se dovessi buttarla a cure alternative mi ispirerebbe più fiducia il rimedio Pantellini, se non altro non è niente di brevettato, passa per un integratore alimentare e costa un’inezia, quindi se c’è chi lo pubblicizza è improbabile che lo faccia per guadagnarci tanto sopra.

Dio e i santi

Forse un giorno cercherò di sintetizzare il mio pensiero su Dio, i santi e le religioni in un articolo, ma non è questo il momento. Dico soltanto che mamma ne ha visitati tanti di santuari, ed è sempre stata una credente praticante. A casa ci sono sempre stati santini e immagini sacre, e negli ultimi tre anni sono aumentati.

I miracoli

I miracoli di guarigione a mio avviso sono eventi molto rari che possono scatenarsi per una combinazione di vari fattori:
– grande voglia di vivere, magari non per se stessi ma per gli altri, che può portare a un forte effetto placebo
– diagnosi sbagliate, in cui il problema potrebbe essere giudicato più grave di quello che è realmente
– interruzione dell’assunzione di qualcosa che ha scatenato il problema
– assunzione di qualcosa di benefico, fossero anche soltanto vitamine
In generale se qualcuno che conoscete sta cercando di guarire anche con la preghiera lasciatelo fare, nella peggiore delle ipotesi sarà inutile, nella migliore potrebbe aiutare.

Il mio punto di vista

Non vi saltasse in mente di prendere per oro colato il mio parere, che deriva solo dalla mia esperienza durante la progettazione dell’erp per un reparto di oncologia, dalla malattia di mia madre e da qualche ricerca sul web. (Per fortuna) non sono un medico, una categoria che reputo veramente troppo lontana dalla scienza, e che almeno nel mio caso si è spesso rivelata inetta. Generalmente prescrivono ai malati o quello che vogliono gli sventurati, ciò che hanno letto nei libri (chissà quanti anni prima) o quello che gli è stato detto dai rappresentanti di turno (ovvero dalle case farmaceutiche). Mi considero però un buon analista, e adoro studiare i problemi per cercare di risolverli.

I tumori ci sono sempre stati. Un tempo non erano diagnosticati, la gente si ammalava (anche inconsapevolmente) e guariva, o moriva di “malaccio” o di “dioceguarde”. Ultimamente sembrano essercene di più, ma forse solo perché la popolazione è in costante aumento e perché i tumori non passano più inosservati. A mio avviso stiamo avvelenando il pianeta in maniera vergognosa, e mettiamo in circolo sempre più sostanze di cui non si conoscono gli effetti a lungo termine, men che meno combinati tra loro. Generalmente i tumori sembra abbiano un’incidenza maggiore nelle città molto inquinate, nelle vicinanze degli inceneritori (per favore non chiamateli termovalorizzatori) e nelle campagne fortemente coltivate.
Temo che i pesticidi utilizzati nella viticoltura e non solo, combinati tra loro e poi respirati e assunti con i cibi o con l’acqua proveniente dalle falde acquifere inquinate siano a dir poco devastanti. Un bel thriller sull’argomento: Micheal Clayton. Le polveri sottili generate da combustioni a temperature sempre più alte (inceneritori/fabbriche/marmitte dei mezzi di trasporto), non sono da meno.

In sintesi: triste a chi tocca.
Lo sventurato dovrebbe secondo me per prima cosa cercare di vivere di più invece di preoccuparsi di non morire, e questa cosa vale per tutti, non solo per chi è malato di tumore («vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora»).
Chi ha voglia di lottare un po’ per allungare la propria esistenza può provare con i digiuni programmati, dieta sana con poca carne e molte verdure crude, con l’assunzione di forti antiossidanti, molte vitamine, aria buona e un po’ di attività fisica tranquilla. Delle attuali cure canoniche l’unica che per me ha senso è la chirurgia, il resto è un tirare a indovinare.
Finché non ci saranno rimedi di sicura efficacia l’unica cosa che possiamo fare e cercare di irrobustire l’organismo per aiutarlo in questa difficile battaglia… non possiamo colpire il nemico né mandare i rinforzi, ma nessuno ci impedisce di rendere il campo di battaglia più adatto alle nostre truppe e di rinforzare il nostro esercito. Buon senso, niente di più.

Un primo buon proposito per l’anno che verrà: meno Facebook

Stamattina mi sono svegliato e dopo aver “consultato” Facebook sul mio smartphone ho fatto una cosa che non avevo mai osato fare prima: mi sono disconnesso dall’app.

fb-login

Non so voi ma a me tutta quella gente che scorre Facebook ogni momento da fastidio, specialmente quando sono in compagnia; anche se in misura minore il problema riguarda pure me, quindi da oggi a ogni consultazione seguirà un logout. Magari così l’utilizzo di uno strumento molto utile diventerà un po’ meno compulsivo e alienante.

Buon Navale

Il json-schema: forse non una gran soluzione ma a volte può tornare utile

Sono consapevole che documentare e validare i dati anziché la sorgente che li genera potrebbe non essere l’approccio migliore, di recente mi è però capitato di dover mettere in piedi un backend “estremamente lean” (eufemismo per dire che è tutto basato su un file json), e generare un json-schema per verificarne la correttezza mi è sembrato doveroso…

Ma facciamo un passo indietro: l’applicazione mobile “backend-free”

A tutti quelli che fanno questo mestiere prima o poi vengono idee su possibili applicazioni web/mobile da sviluppare per esigenze personali, come progetto di studio o ancora meglio perché vogliamo vedere se la cosa può prendere campo, ma il tempo libero è poco e lo sviluppo di front-end e back-end può significare una mole di lavoro tale da farci lasciar perdere. Ci sono però casi in cui i dati sono pochi e non troppo preziosi, al che mettere inizialmente un file json su una cartella web può essere sufficiente.
Una soluzione che mi è sembrata molto comoda almeno nella fase di “sondaggio del mercato” è quella di copiare il/i file json su una cartella Dropbox, copiarne il link e utilizzare quello come url del nostro “servizio web dei poveri”. Nota: se utilizzate Dropbox è necessario che l’url sia nella forma https://dl.dropbox.com/..., se al posto del “dl” lasciate “www” al vostro client arriva non il file json ma la pagina html di visualizzazione di Dropbox.
Se Dropbox non vi piace di alternative simili ce ne sono tante, oppure se avete uno spazio web potete usare quello, a me però piace Dropbox anche perché non ho limiti di traffico, posso gestire i dati in vari modi, e il rischio che il server “vada giù” è praticamente nullo.
Detto che una soluzione del genere può andar bene soltanto se l’idea che qualcuno vi copi tutti i dati non vi spaventa, la scomodità maggiore è la totale mancanza di qualcosa che vi faciliti nell’inserimento e la manutenzione dei dati, cosa che può portare a inserire dati in un formato non corretto con inevitabili malfunzionamenti sulla vostra applicazione client. Ecco quindi che entra in scena il json-schema.

Il json-schema, sempre di json si tratta

Iniziamo con il dire che così come l’xml-schema è un xml, il json-schema è un json, e allo stesso modo compilarlo è una scocciatura. Il sito web di riferimento per i json-schema è json-schema.org, sito bruttarello ma pieno di risorse.

Sebbene l’idea di scrivere prima o poi uno schema ce l’avessi avuta fin dall’inizio, mi sono ritrovato a farlo soltanto quando la struttura dati era più o meno formata (seppur con dati mock). Mettersi a scrivere lo schema tenendo di fianco i dati è abbastanza noioso e non è nemmeno facile, infatti sono arrivato a un punto che il linter mi segnalava lo schema come non valido e non sapevo il perché.

Alla fine l’approccio che ho seguito è stato il seguente:

  1. scrittura di un json con almeno qualche elemento completo, così da avere dei dati con tutti i casi particolari
  2. generazione dello schema utilizzando un servizio come jsonschema.net; l’importante è che venga fuori una struttura “abbastanza aderente” a quello che avete in mente
  3. pulizia dello schema dagli artefatti inutili e copia in un linter come jsonschemalint.com insieme ai dati
  4. rifinitura dei dettagli relativi ai tipi, gestioni dei valori null, eventuali regex sulle stringhe; descrizioni sui campi meno chiari
  5. eventuali modifiche ai dati per rendere la struttura più uniforme
  6. se serve che qualcuno poco familiare con il formato json “capisca” i dati può essere utile generarsi una documentazione a partire dallo schema, Docson è semplice da usare e da un buon risultato

Qualche dritta sui json-schema

A questo punto è doveroso un esempio riepilogativo con quasi tutte le funzionalità che sono servite a me, così almeno sapete a cosa andrete incontro…

{
  "data": "2015-12-03T00:00:00",
  "lista": [
    {
      "id": 1,
      "nome": "Articolo 1",
      "email": null,
      "tipo": "tipo1",
      "classe": 1,
      "flag": true,
      "figli": [
        {
          "data": "2015-08-16",
          "note": "blablabla"
        }
      ]
    }
  ]
}
{
  "$schema": "http://json-schema.org/draft-04/schema#",
  "description": "Esempio",
  "type": "object",
  "properties": {
    "data": {
      "description": "Data con formato yyyy-MM-ddTHH:mm:ss",
      "type": "string",
      "pattern": "^[0-9]{4}-[0-9]{2}-[0-9]{2}T[0-9]{2}:[0-9]{2}:[0-9]{2}$"
    },
    "lista": {
      "description": "Lista di oggetti",
      "type": "array",
      "items": {
        "type": "object",
        "properties": {
          "id": {
            "description": "Identificatore univoco",
            "type": "integer"
          },
          "nome": {
            "type": "string"
          },
          "email": {
            "type": ["string", "null"],
            "format": "email"
          },
          "tipo": {
            "description": "Tipologia a scelta tra tre valori",
            "type": "string",
            "enum": ["tipo1", "tipo2", "tipo3"]
          },
          "classe": {
            "description": "Classe con valore numerico da 1 a 5",
            "type": "integer",
            "minimum": 1,
            "maximum": 4,
            "exclusiveMinimum": false,
            "exclusiveMaximum": false
          },
          "flag": {
            "description": "Flag booleano",
            "type": "boolean"
          },
          "figli": {
            "description": "Elenco di oggetti figli",
            "type": "array",
            "minItems": 1,
            "items": {
              "type": "object",
              "properties": {
                "data": {
                  "description": "Data con formato classico yyyy-MM-dd",
                  "type": "string",
                  "format": "date"
                },
                "note": {
                  "type": ["string", "null"]
                }
              },
              "additionalProperties": false,
              "required": ["data"]
            },
            "additionalItems": false
          }
        },
        "additionalProperties": false,
        "required": ["id", "nome", "tipo"]
      },
      "additionalItems": false
    }
  },
  "additionalProperties": false,
  "required": ["data"]
}

Un esempio abbastanza ricco, e che fa capire quanto uno schema possa venire “corposo” anche quando si riferisce a un json quasi insignificante.

  • campo data di primo livello: classica regex definita con l’attributo pattern, in cui però non si possono usare i classici segnaposto \d, \s
  • campo lista di primo livello: array di oggetti, attenzione perché questo è il modo in cui si gestiscono “oggetti uniformi” (caso tipico secondo me), si possono gestire anche oggetti diversi ciascuno in una posizione dell’array
  • campo email di secondo livello: stringa ma che accetta anche valori null, il formato dell’email viene validato con l’attributo format anziché con una regex (altri formati ammessi sono date, time, date-time
  • campo tipo di secondo livello: enum, ovvero stringa ma che può assumere solo determinati valori
  • campo classe di secondo livello: valore intero con limiti max e min

Da notare come il valore null debba essere inserito esplicitamente tra i tipi ammessi nonostante il campo che accetta null non sia specificato nell’elenco dei campi required.

Conclusioni

Come dicevo all’inizio la scrittura di un json-schema secondo me dovrebbe e potrebbe essere evitata definendo e documentando opportunamente le api che generano i dati. In alcuni casi è comunque uno strumento che può tornarci utile: non solo può aiutare nei casi limite come quello di un’applicazione nello stadio iniziale con dati gestiti in modo minimale, ma anche quando i dati sono in possesso di soggetti terzi che non ne hanno particolare cura o che non ci forniscono appropriata documentazione l’idea di generarci uno schema può aiutarci a evitare spiacevoli inconvenienti, anche perché nessuno ci vieta di utilizzarlo nei nostri test di integrazione, per la serie “fidarsi è bene…”.

(Scola)pasta, birra e pirati: la CPI e il pastafarianesimo

cpi-fsm
Era il lontano 4 giugno 2012 quando – non ricordo bene perché (devo essere stato “toccato” a mia insaputa) – misi nel carrello Amazon Il libro sacro del Prodigioso Spaghetto Volante (Flying Spaghetti Monster in lingua originale).
A inizio 2015 sono venuto a conoscenza della Chiesa Pastafariana Italiana e del loro raduno nazionale a Bologna, e subito mi sono promesso che avrei partecipato al successivo… che ha avuto luogo esattamente una settimana fa a Firenze.

Veni, vidi, pici

Sono passati solo sette giorni ma mi pare un’eternità. Un fine settimana all’insegna dell’irriverenza e del divertimento, pura goliardia a spasso per Firenze, con turisti e locali che chiedevano ai pirati di scattare delle foto insieme.
cpi-quarto-raduno
La cosa divertente è che l’evento non è ruotato attorno a ragazzi tra i venti e i trent’anni come si potrebbe immaginare, ma osservando i circa 150 partecipanti ho visto uno spaccato della società molto ben distribuito. C’erano ragazzi e ragazze sui quindici anni come uomini e donne nell’intorno dei sessantacinque, coppie e single di entrambi i sessi, eterosessuali e gay dichiarati, e tutti si sono divertiti insieme in un clima di totale giovialità e goliardia.

Nel primo giorno ci si è divertiti a passaggiare per Firenze passando da un luogo di ritrovo all’altro, si è cenato tutti insieme (cena durante la quale la Sua Spaghettosa Bontà ha deciso di manifestarsi per la gioia del nostro palato), e infine si è fatta una processione/fiaccolata nel centro di Firenze, con scorta della Polizia, musica a palla e pause preghiera.


Il giorno due è stato un po’ più tranquillo, anche per dare modo a molti di riprendersi dalla sbornia della sera prima. L’abbiamo passato tutto nella terrazza dell’ostello (almeno finché ci sono stato io), principalmente ad ascoltare la “messa”.

Il Pastafarianesimo e la Chiesa Pastafariana Italiana

Il Pastafarianesimo ha origini antichissime, o almeno questo è quanto affermato dal profeta Bobby Henderson nel giorno della rivelazione, avvenuta il gennaio 2005. Qui potete trovare la lettera che scrisse per far notare che non sono solo la teoria dell’evoluzione e quella del creazionismo a dover essere insegnate nelle scuole perché ce n’è un’altra scientificamente provata…

Il primo disegno di Lui, per mano del Profeta

Il primo disegno di Lui, per mano del Profeta

Ma cos’è di preciso questo “Pastafarianesimo”? A voler sintetizzare tanto potrei dire che è la religione del vivi e lascia vivere, condita da tanto tanto spirito goliardico e “volemose be”. Questo è almeno il succo che esce leggendo con attenzione gli Otto condimenti, anche detti gli otto “Io preferirei davvero che tu evitassi”.

In molti paesi il movimento pastafariano sta crescendo piuttosto velocemente, e nella patria della pasta non poteva che formarsi – anche se un po’ in ritardo – uno dei centri più attivi.
La CPI nasce il 10 marzo 2012 grazie all’impegno di Giorgio De Angelis (“Pappa Al Zarkawi I”) che insieme ad alcuni amici gettò le fondamenta di quella che sarebbe diventata poi – pochi mesi dopo la sua morte – l’associazione “Chiesa Pastafariana Italiana”, fondazione avvenuta l’8 novembre 2014 durante il terzo raduno nazionale.

L'autodeterminazione della CPI

L’autodeterminazione della CPI

Le persone che formano lo zoccolo duro dell’associazione – ovvero i 7 del direttivo (Concistoro) e i 3 probiviri – sono più o meno gli stessi che hanno gettato le fondamenta tre anni fa. Io li ho conosciuti, sono persone normali che hanno deciso di dedicare parte del loro tempo a questa battaglia per la laicità dello stato. Nel primo numero dell’Osservatore pastafariano potete leggere i loro interventi.
L’associazione è ovviamente regolata da uno statuto, e il suo obiettivo principale è quello di essere riconosciuta come chiesa ufficiale dal Ministero degli Interni, così da offrire un’isola di approdo per tutte quelle persone che si sentono discriminate da questo stato chiaramente non laico in quanto non appartenenti a nessuna delle religioni attualmente riconosciute. Prego la Sua Sugosa Bontà che un giorno si raggiunga questo traguardo, purtroppo potrebbero volerci molti anni e non è detto che ci si riesca.

Infine la domanda che tutti si stanno ponendo…

Tutta questa gente che inneggia a un essere che nessuno può vedere e non da segni di se, che compie rituali strani mentre è vestita in modo strano… ci sta con la testa?
Non so, di sicuro però si diverte.

Se a questo punto vi state ancora domandando che c’entrano i pirati rileggete meglio i vari link. Di certo i pirati sono il popolo eletto, basta osservare i vari grafici per rendersene conto.

Segnali di pericolo personalizzati con Inkscape

Qualche giorno fa a casa ci siamo trovati di fronte a un dilemma: “Che fare quando i passanti si avventurano nella vigna per prendere un grappolo?”.

Il “furto” di frutta e ortaggi è un problema che esiste da sempre, e finché il maltolto ha quantità irrisorie si è sempre preferito far finta di nulla. Il problema è che quando l’uva comincia ad essere (almeno apparentemente) matura inizia il periodo in cui si danno più trattamenti con prodotti fitosanitari, che hanno generalmente intervalli di carenza di almeno qualche giorno, e questi andrebbero rispettati prima di raccogliere il frutto pena potenziali rischi per la salute.
Forse è assurdo preoccuparsi della salute di ladri e affini, e infatti conosco coltivatori e viticoltori in particolare che non si porgono minimamente il problema e non si farebbero scrupoli a denunciare chi entra nel loro vigneto. È anche vero però che un vigneto vicino alla strada può far gola a molti, e prendere una porzione di un grappolo non è poi la fine del mondo.

pericolo-ladri

Segnali di pericolo, difficili da trovare e costosi

La soluzione – consigliata anche in alcuni libri – è di installare dei segnali di pericolo in punti ben visibili, i quali indicando il rischio per la salute scoraggino anche la raccolta non autorizzata.
Mi sono messo quindi a cercare immagini adatte di segnali di questo tipo sul web con l’intenzione di stamparli e plastificarli (acquistare segnali appositi è “un po’” eccessivo oltre che costoso), ma non sono riuscito a trovare niente con una risoluzione decente. Ho deciso così di fermene uno da me, ma invece del solito Gimp ho preferito darmi alla grafica vettoriale così da iniziare a usare un po’ anche Inkscape.

Inkscape e grafica vettoriale

La grafica vettoriale si distingue dalla più comune grafica raster perché le immagini, invece di essere composte da una griglia di puntini colorati (come nelle foto), sono descritte come una composizione di primitive geometriche (linee, poligoni, …). La caratteristica principale di queste immagini è che non “sgranano” ridimensionandole, sono ottime quindi laddove fanno comodo icone di diverse risoluzioni o quando bisogna stampare su superfici di dimensioni diverse.
Se il Gimp è il re dei software gratuiti di manipolazione di immagini raster, l’omologo per la grafica vettoriale è Inkscape. Entrambi funzionano su Windows, Mac e Linux, ed entrambi possono essere usati anche per elaborazioni molto complesse perché hanno poco da invidiare ai più noti strumenti a pagamento.

Punto di arrivo per me, potrebbe essere punto di partenza per qualcun’altro

Per mettere insieme un segnale di pericolo non serve padroneggiare Inkscape, in quanto dei rettangoli e delle scritte sono più che sufficienti. Si trovano poi immagini svg (il formato standard usato da Inkscape) che possono essere utilizzate per arricchire il segnale, eventualmente previa modifica.
Il formato svg è un xml, ovvero un file di testo, perciò è molto compatto e può anche essere aperto con un comune blocco note e manipolato a mano (ad esempio per modificare una scritta).
Attenzione prodotti fitosanitari
Quindi in sintesi: alcuni rettangoli (con eventuali spigoli arrotondati) riempiti di giallo e rosso, un paio di belle scritte “Pericolo” e “Vigneto trattato con prodotti fitosanitari, vietato l’accesso alle persone non autorizzate”, il tutto stampato e plastificato. Il principio di prudenza è rispettato e magari la prossima vendemmia ci sarà anche qualche kg di uva in più.

L’originale in svg: Attenzione-prodotti-fitosanitari.svg
Un svg con segnale di pericolo: Warning.svg (da Wikimedia Commons)
Un teschio… sono stato tentato ma alla fine ho optato per il punto esclamativo: Skull.svg (da Wikimedia Commons)

Partendo dai tre file sopra si dovrebbe riuscire a comporre i più comuni segnali di allerta e pericolo. Niente di legalmente risolutivo ma magari possono tornare utili a qualcuno per soluzioni caserecce.

Storie di couchsurfing

cs-logo
Negli ultimi anni anche nel nostro paese questo “nuovo” modo di viaggiare sembra finalmente essere stato sdoganato, e se fino a qualche tempo fa di testimonianze italiane in rete se ne trovavano poche ultimamente ce ne sono fin troppe. Ma quello che non strozza ingrassa, quindi due righe sulle mie esperienze ho deciso di scriverle pure io, perché in queste ultime due settimane ho avuto altri ospiti interessanti e perché essendo appena arrivato agosto qualcuno potrebbe decidere di intraprendere questa strada, partendo da solo e magari evitando costosi alberghi.
Mi sono iscritto al sito CouchSurfing.com a gennaio 2012 dopo anni di “carino quel sito, ma viaggiare non mi interessa e non credo lo farei mai da solo”… a tre anni di presenza attiva in questa comunità è giunto il momento di buttare giù due pensieri.

Un po’ di storia non guasta mai

Il concetto di ospitalità più o meno esiste da sempre, ma da quando esistono alberghi, affittacamere, ostelli, B&B, … la gente ha perso l’abitudine di accogliere in casa viandanti sconosciuti.
Con la nascita di internet hanno cominciato a formarsi delle reti di ospitalità, gruppi di persone iscritte a comunità aperte alle quali si può offrire/richiedere una sistemazione temporanea.
La prima di queste reti dovrebbe essere stata Hospitality Club, nata nel 2010 ma da qualche anno in fase calante, seguita poco dopo da CouchSurfing e da altre (BeWelcome, Servas, Amons).
Qualcosa di simile ma non troppo è il WWOOF, una rete che viene usata sempre per farsi ospitare ma a patto di aiutare dei piccoli produttori di prodotti biologici con il lavoro nei campi.

La mia esperienza

Certo un tizio sui trent’anni che vive a casa con la famiglia in un paesino delle Marche non è il massimo per chi cerca ospitalità, quasi sempre ragazzi e ragazze amanti dell’avventura e dell’indipendenza, eppure esattamente tre anni un paio di foto di vigne attirarono l’attenzione di una ragazza californiana, che non si preoccupò troppo della mia totale mancanza di recensioni e mi chiese un divano per qualche giorno.
Stephanie arrivò a casa Piccotti in un caldo pomeriggio di agosto e mi insegnò (tra le altre cose) quanto sono utili i viaggi in solitaria per acquisire spirito di adattamento e di indipendenza e per imparare a uscire dalla propria comfort-zone


… e infatti pochi mesi dopo ero su un aereo in direzione San Francisco, a soli 10000km da casa.

In questi tre anni di esperienza ne ho fatta parecchia, ho conosciuto tanta gente fuori dal comune (almeno fuori dal “nostro comune”), e posso affermare con certezza che quando si vive qualche giorno con persone completamente diverse da noi e ci si trova ad affrontare imprevisti da soli in terra straniera il posto dove si è passa completamente in secondo piano.


Mi è capitato di restare un’ora su un pianerottolo perché il mio anfitrione era andato a dormire prima del previsto, di arrivare all’indirizzo comunicatomi e trovare una porta sbarrata con degli assi di legno, di urlare in strada all’una passata di notte fuori da una finestra per mezz’ora perché mi era stato detto di chiamare al mio ritorno e il telefono non funzionava. In queste ed altre occasioni ho pensato per qualche momento di essermi preso una fregatura, ma tutte le volte ho avuto poi la dimostrazione che i miei padroni di casa erano delle gran belle persone.

A casa di giramondo ne abbiamo ospitati molti e ciascuno di essi ha portato belle storie e belle esperienze. L’ultima in ordine temporale è stata Sonia, la quale ha accettato il mio invito (il mio primo invito andato a buon fine) e ci ha fatto compagnia per quattro giorni. Il risultato è che le nostre colline entreranno forse nel suo lungo documentario “There and back again”, una “cosina” amatoriale che sta pubblicando a puntate durante un viaggetto di un paio d’anni o forse più in giro per il mondo.

Una cosa bella di queste comunità (e del CS in particolare) è che anche quando non si riesce a trovare nessuno che ci ospiti si può comunque sperare di trovare qualche attività aperta a tutti dove si può andare per conoscere gente e per fare quattro chiacchiere. Inoltre ci sono delle bacheche in cui poter lasciare messaggi pubblici visibili in certe aree, e si può vedere l’elenco dei viaggiatori che hanno richiesto ospitalità nelle varie città. Per fare un esempio durante la mia permanenza a Las Vegas volevo passare un giorno nella Death Valley, possibilmente non da solo; ebbene due ragazze olandesi proprio in quei giorni stavano cercando compagnia (ed eventualmente un’auto) per andare alla Death Valley… l’auto l’avevo io e ci siamo andati insieme.

Qualche consiglio non convenzionale

Consigli su cose da fare e da non fare quando si viaggia in questo modo se ne trovano tanti in rete, elenco quindi giusto alcune mie osservazioni.

Puntare ai più esperti può essere controproducente

Gli iscritti più esperti e che ospitano molto (o viaggiano molto) potrebbero dare per scontata la vostra presenza/ospitalità e non dedicarvi molto tempo, avendo quindi a che fare con persone poco esperte si può spesso sperare in esperienze migliori. Di solito però il numero di recensioni di un iscritto è proporzionale al suo livello di esperienza, e meno recensioni significano anche un “rischio” maggiore.
Volendo portare questa cosa all’estremo si può puntare anche sempre ai neo-iscritti, riempendo ogni esperienza di incognite, e aumentando il rischio di ritrovarsi in/a casa di potenziali serial killer.
Da parte mia posso dire che la mia esperienza migliore l’ho avuta in assenza di recensioni, e le meno significative con le persone più abituate a questo meccanismo.

Se non avete mentalità molto aperte cercate persone simili a voi

Forse è un consiglio scontato o forse no. Io mi trovo a mio agio con persone anche molto diverse da me, perché i miei interessi sono molto variegati e mi piace fare più o meno qualunque cosa. Questa cosa però è abbastanza rara, quindi se non volete rischiare di ritrovarvi in mezzo a compagnie sgradite o a fare attività che odiate cercate di leggere bene i profili.

La perfezione sta tra 48 e 72

Io di solito evito il CS quando mi fermo per una sola notte, perché non si fa in tempo a conoscere le persone (in questi casi preferisco gli ostelli). Personalmente punto sempre a ospitare/farmi ospitare due o tre giorni, e questa opinione mi sembra abbastanza diffusa. Periodi più lunghi possono portare ad “affezionarsi” un po’ troppo nel caso di affinità, o ad alti livelli di stress quando le cose vanno male.

Curate il vostro profilo e rendetelo completamente “verde”

A fare un profilo ci vuole un istante e in un paio d’ore potete scrivere ciò che vi riguarda. Già che ci siete dedicategli qualche altro minuto e confermate tutto: telefono, identità (piccolo pagamento con carta di credito), indirizzo, account Facebook. Specialmente agli inizi – quando non si hanno ancora recensioni – spunte verdi su ogni sezione possono essere preziose per partire.
Inoltre cercate di rileggere il profilo di tanto in tanto, per correggere eventuali inesattezze e mantenerlo aggiornato.

Più si è meno funziona

Da soli è un sistema che funziona, una coppia di amiche o di fidanzati può andare, ma altre formule sono destinate a fare un buco nell’acqua al 90%. Non vi offendete quindi se siete due o tre amici e nessuno vi accoglie a braccia aperte.

Usate la vostra email buona per non perdervi niente

Con questo sito non si rischia spam quindi registratevi con l’email buona che avete sempre sotto controllo, così vi arriveranno notifiche di eventuali richieste e la vostra percentuale di risposta non rischia di arrivare sotto terra. Certo anche avere l’app con le notifiche push abilitate può essere una buona idea.

Scrivete delle richieste degne di essere lette

Capita di ricevere delle richieste di ospitalità che fanno venir voglia di rispondere “Col caz.o”. Detto che è importante leggere bene i profili delle persone per capire chi gradiscono in casa e cosa vogliono sentirsi dire, la mia formula ideale è:

  • saluto (possibilmente in lingua natia del ricevente, o “ciao” se il ricevente parla italiano) seguito dal nome del ricevente (c’è chi sbaglia a scrivere il nome…)
  • breve riassunto del perché si è in viaggio, quando e come si arriverà, quando e come si lascerà la casa
  • dimostrazione di lettura del profilo snocciolando due-tre motivi per cui si è deciso di chiedere ospitalità a queste persone, ed eventualmente cosa ci si aspetta
  • eventuali contatti (telefono/email/facebook) se è una richiesta dell’ultimo minuto e si vuole guadagnare tempo
  • saluti (senza ringraziamenti anticipati, che sono di cattivo gusto)

Occhio a chi ha solo recensioni femminili

Non appena si comincia a usare il sito si nota subito che tutto è incentrato sulle donne. La maggior parte di esse preferisce avere a che fare solo con le proprie simili, mentre gran parte degli uomini punta ai membri dell’altro sesso (confidando forse nella legge dei grandi numeri). Il risultato è che se si è donna (magari con una bella foto) si ricevono richieste di ospitalità e inviti come se piovesse, se si è uomo bisogna faticare un po’.
In entrambi i casi diffidate dei profili maschili con sole recensioni femminili, perché è altamente probabile che scartino sistematicamente richieste maschili nella speranza di mantenere il letto/divano pronto per ospiti più graditi.

Evitate di fare caz.ate

Ho sempre creduto fermamente nella filosofia del “Vivi e lascia vivere”, ovvero ciascuno deve essere libero/lasciato libero di fare qualunque esperienza/sciocchezza fintanto che queste non vanno a ledere interessi/sentimenti altrui. Lasciate perdere la comunità del CS se avete intenzioni poco gratificanti, anche perché rischiate di sputtanarvi sia al suo interno che nel mondo reale.

L’evoluzione di CouchSurfing

Mi piacerebbe poter dire di essere stato un pioniere, ma in realtà sono arrivato colpevolmente tardi. Ho comunque vissuto la transizione da associazione no-profit a organizzazione for-profit, l’aumento di interesse negli ultimi anni, l’introduzione di un’app mobile decente, un nuovo sito web.
Tra il 2011 e il 2012 durante il cambio di formula societaria si sono letti molti pareri negativi che lasciavano presagire il peggio, ma finora non si sono verificati eventi castastrofici di alcun tipo. In compenso in quest’ultimo anno il vecchio sito è andato in soffitta sostituito da uno un po’ più moderno e prestante – che viene aggiornato con discreta frequenza – e finalmente è stata lanciata un’app mobile multipiattaforma ben fatta. Sull’altro lato della bilancia bisogna mettere alcuni “suggerimenti” per la ricerca di voli o link per l’iscrizione ad altri servizi, niente di troppo invasivo comunque.
Ben venga la monetizzazione da parte dei proprietari se come risultato gli utenti hanno un miglioramento del servizio.

I rischi: purtroppo quelli veri sono (quasi) tutti per l’altra metà del cielo

Ai bambini si dice di non accettare caramelle dagli sconosciuti, e qui tutto è incentrato sugli sconosciuti… purtroppo so per testimonianze dirette che a volte si può incappare in dei veri pezzi di merda, e questo accade per lo più alle donne, specialmente se in viaggio da sole.
Vero che ci sono le referenze, vero che ci sono la verifica dell’identità, dell’indirizzo, del numero di telefono, del profilo Facebook, ma per criminali senza scrupoli questi sono soltanto dei piccoli ostacoli facilmente aggirabili con un po’ di fantasia (e di ingenuità altrui).

Recensioni negative, come gli unicorni

Ho visto ragazze che – tentando di mettere in guardia le proprie simili – hanno lasciato recensioni negative e si sono viste recapitare recensioni ambigue che cercavano di farle passare per delle sgualdrine, tanto da spingerle a cancellarle o peggio all’eliminare il profilo. Ho sentito direttamente di ragazze che si sono sentite spinte un po’ troppo in una certa direzione e hanno preferito andarsene. La cosa grave è che non sempre coloro che si trovano in queste situazioni denunciano l’accaduto o lasciano recensioni negative, con il risultato che queste merde umane possono riprovarci impunemente.

La cronaca

Quando ci va di mezzo la cronaca il motivo è quasi sempre lo stesso: uno stupro.
In più di dieci anni e chissà quanti milioni di esperienze di ospitalità questi casi si contano sulle dita di una mano, ma purtroppo non sempre finiscono in cronaca ed è risaputo che tentativi di questo tipo accadono più spesso di quanto dicano i giornali.
In Italia il caso più vergognoso è quello del carabiniere Dino Maglio, stupratore seriale che ha fatto molte vittime nell’arco di un anno. Se siete donne dovreste studiare questa storia nei dettagli.

Esperienze da fare e rifare, ma con prudenza

Il CouchSurfing è uno spaccato della società, nel bene e nel male, ma mentre nella società ci si sta qualche ora e poi si ritorna “al sicuro” tra le proprie mura, qui le mura nelle quali si torna sono quelle di sconosciuti, e tra queste mura ci si addormenta… e spesso non si può fare nemmeno affidamento su porte chiuse a chiave perché si dorme quasi sempre in aree comuni.

Tutto è basato sulla fiducia, riponetela nelle persone giuste (la stragrande maggioranza degli iscritti) e vivrete delle gran belle esperienze.
Se non siete convinte/i fuggite a gambe levate, e pazienza se vi siete sbagliate/i.

Cookie, privacy, blog e paranoie varie

Da qualche ora è cosa nota a tutti che il 2 giugno scadrà il termine per mettersi in regola con un provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali relativo all’utilizzo di cookie su applicazioni web. Questo provvedimento è stato preso nel lontano 8 maggio 2014, ma è passato quasi completamente inosservato per un anno finché qualcuno ha iniziato a far notare come la stragrande maggioranza dei siti web in circolazione – o per meglio dire la totalità – sono ancora fuorilegge.

Cookie di profilazione vs Cookie tecnici

I cookie sono stati introdotti più di vent’anni fa per far sì che fosse possibile riconoscere i navigatori che tornavano su un determinato sito, e nel tempo si sono sfruttati per mille scopi.
Il Garante ha diviso sommariamente questi file di testo in due categorie: i cookie tecnici, necessari per il funzionamento dei siti e per implementare funzionalità utili all’utente che lo visita, e i cookie di profilazione, utilizzati solo a scopi pubblicitari e di controllo dell’utente.
Tra i due gli unici che interessano la nuova normativa sono quelli di profilazione, usati e abusati da molti siti web per bombardare gli utenti con pubblicità mirate e per costruire precisi profili utilizzando i dati personali e le preferenze espresse durante la navigazione sul web.

Che fare se si ha un sito web

Inutile girarci intorno: che gestiate un blog, un sito di ecommerce o qualunque altra cosa pubblicata sul web al 99.99% non siete in regola.
Sintetizzando all’estremo la normativa richiede che chi ha un sito in cui da qualche parte vengono generati dei cookie di profilazione (anche da terze parti), prima che questi inizino ad essere efficaci l’utente deve esserne informato e deve fornire un consenso (per l’appunto preventivo). Questa cosa dovrebbe essere fatta con un banner ben visibile nella pagina in cui l’utente possa leggere quali sono i “rischi” a cui va incontro continuando nella navigazione, e al suo interno vi dovrebbe essere un pulsante per confermare il consenso…

Qualcuno ha capito che il blocco della navigazione previo consenso va fatto solo se i cookie li generiamo noi, e che per quelli di terze parti basta rendere visibile il banner in cui si informa l’utente. Altri arrivano a consigliare il blocco di tutto per cautelarsi, perché la normativa è fraintendibile. Nel dubbio leggetevi la normativa, interpretatela e agite come meglio credete.
Non è del tutto chiaro nemmeno se la normativa valga solo per i cookie o anche per altre forme di memorizzazione similari (local storage, varie ed eventuali).

Ora, chi ha navigato un po’ sul web nelle ultime settimane avrà notato un proliferare di messaggi – nelle forme più disparate – in cui i siti informano gli utenti sull’utilizzo dei cookie. Il problema è che quasi nessuno di questi banner blocca l’utente se questo non esprime il suo consenso, e se questo non succede c’è il “rischio” che l’utente continui nella navigazione senza sapere che sta andando incontro a morte certa. Possibile che nessuno di questi generi dei cookie di profilazione ma utilizzi solo quelli di terze parti? E il principio di prudenza?

Il banner di Twitter

Il banner di Twitter


Il "messaggino" di Amazon

Il “messaggino” di Amazon


Un banner apparentemente fatto bene

Un banner apparentemente fatto bene

Estratti di normativa

Se volete passare qualche bel quarto d’ora qui c’è tutta la normativa.

«Si ritiene pertanto che, anche in ragione delle motivazioni sopra indicate, non si possa obbligare l’editore ad inserire sull’home page del proprio sito anche il testo delle informative relative ai cookie installati per il suo tramite dalle terze parti.»
=> semplice: non serve fare copia incolla delle informative sulla privacy delle terze parti

«Nel momento in cui l’utente accede a un sito web, deve essergli presentata una prima informativa “breve”, contenuta in un banner a comparsa immediata sulla home page (o altra pagina tramite la quale l’utente può accedere al sito), integrata da un’informativa “estesa”, alla quale si accede attraverso un link cliccabile dall’utente.»
=> semplice anche questo: il banner deve essere sintetico ma da lì deve essere possibile visualizzare un’informativa più dettagliata (un po’ come il banner di Twitter)

«Affinché la semplificazione sia effettiva, si ritiene necessario che la richiesta di consenso all’uso dei cookie sia inserita proprio nel banner contenente l’informativa breve.»
=> bene, sul banner si vuole un pulsante per esprimere il consenso

«…l’archiviazione delle informazioni nell’apparecchio terminale di un contraente o di un utente o l’accesso a informazioni già archiviate sono consentiti unicamente a condizione che il contraente o l’utente abbia espresso il proprio consenso dopo essere stato informato..»
=> in tutta la normativa si parla di cookie, ma qui solo di un generico “archiviare”… per me il tutto vale per ogni meccanismo di memorizzazione sul client, anche futuro

«Il suindicato banner, oltre a dover presentare dimensioni sufficienti a ospitare l’informativa, seppur breve, deve essere parte integrante dell’azione positiva nella quale si sostanzia la manifestazione del consenso dell’utente. In altre parole, esso deve determinare una discontinuità, seppur minima, dell’esperienza di navigazione: il superamento della presenza del banner al video deve essere possibile solo mediante un intervento attivo dell’utente (appunto attraverso la selezione di un elemento contenuto nella pagina sottostante il banner stesso).»
=> secondo me il significato di questo paragrafo non è in grado di capirlo nemmeno chi l’ha scritto, si presta a ogni genere di interpretazione e sembra fatto a posta per farci mangiare sopra gli avvocati. Qui lo dico e qui lo nego.

Caso specifico: blog personale senza grandi pretese

Quello che ho capito io è che se volete stare tranquilli almeno nella fase iniziale è meglio andarci con i piedi di piombo, togliendo dal proprio blog tutto quello che potrebbe non essere a norma e magari aggiungere anche una paginetta di Informativa sulla privacy. Se non volete aggiungere anche il banner in modo da richiedere il consenso preventivo all’utente dovete cercare di eliminare ogni potenziale rischio che qualcosa crei attraverso il vostro sito dei cookie di profilazione (o che ne utilizzi di creati in precedenza). E poi magari aggiungete anche il banner attraverso un plugin, ché ce ne sono tanti.

I cosiddetti “pulsanti social”

Toglieteli, non servono a niente a parte appesantire il caricamento delle pagine, occupare spazio e rendere più antipatica la stampa degli articoli. Certo che se avete un blog molto seguito vedere i numeretti delle condivisioni fa festa, ma sono comunque numeri abbastanza fasulli. Però davano un tocco di colore…

Il plugin di wordpress che avevo usato io per dare un tocco di colore. Peccato.

Il plugin di wordpress che avevo usato io per dare un tocco di colore. Peccato.

Google Analytics

Profilazione per antonomasia. Qualcuno dice che questi non contino, ma in realtà se avete gli analytics di BigG sul vostro sito viene creato almeno un cookie _ga, quindi contano eccome.
Se volete leggervelo qui si parla di come funzionano i cookie di Google Analytics.
I Google analytics si possono configurare per anonimizzare l’ip degli utenti, utilizzando l’apposito parametro _anonymizeIp da inserire all’interno dello snippet di codice che deve essere aggiunto alle pagine da analizzare. Io nel dubbio ho tolto tutto, fra qualche settimana se ne riparlerà.

Twitter

Anche i badge di Twitter naturalmente tengono traccia del comportamento dell’utente, se quindi avete aggiunto uno widget/plugin in cui visualizzate i vostri tweet, sembra proprio che questo possa generare dei cookie di profilazione. Però se andate nella pagina delle impostazioni di Twitter, dove potete generarvi il badge (da includere poi come widget html sul blog), c’è una spunta che forse fa al caso nostro: “Disattiva la personalizzazione”.

La checkbox "Disattiva la personalizzazione" dovrebbe servire per rientrare nella normativa. Forse.

La checkbox “Disattiva la personalizzazione” dovrebbe servire per rientrare nella normativa. Forse.

Controllare i cookie generati dal vostro sito

Qui si va un po’ sul tecnico, ma niente di trascendentale. Dopo aver fatto un po’ di pulizia – almeno per togliere lo sporco che puzza – è giunto il momento di guardare nel dettaglio i cookie collegati al nostro sito.
Se avete il browser Chrome – e per il vostro bene dovreste già averlo installato – fate click con il tasto destro del mouse in un punto della pagina e nel menù contestuale che si apre scegliete la voce “Ispeziona elemento”. Nella finestra che si apre andate nella scheda “Resources”, da qui nella voce cookies, e poi sull’url del vostro sito. A questo punto vi conviene fare pulizia per evitare di leggere cookie salvati chissà quando: è sufficiente cliccare con il tasto destro sull’url del sito (sotto cookies) e poi premere “clear”.
Fate un giretto nel vostro sito visualizzando tutti i vari widget e plugin che potreste avere ancora installati e controllate che i cookies non proliferino.
Qui potete controllare a cosa servono i cookie generati da Google.
cookie-chrome

Nel mio sito rimangono solo un cookie di Google e due di Twitter, temo possano essere cookie di profilazione ma credo fortemente che nessuno morirà per questo.